19 Dic

A fissare lo sguardo sul difetto di una corteccia si smarrisce la visione del bosco

Risposta del Teatro Valle Occupato
all’articolo apparso su L’Unità a firma Francesca De Sanctis

Questa volta, proprio perché l’argomento ci tocca da vicino e per correggere le molte inesattezze, abbiamo deciso di rispondere all’articolo di Francesca De Sanctis apparso su LUnità.

Nessuna “rottura”, annunciata o preparata, con il gruppo dei drammaturghi, i quali non costituiscono, come vuol far intendere l’ articolo, un’ identità omogenea e unitaria. È accaduto piuttosto che l’occupazione del Valle abbia funzionato fin dai primi giorni come una chiamata per moltissimi autori, drammaturghi e scrittori di età, poetiche, percorsi assolutamente eterogenei. Ed è stato nello spazio aperto e vitale del Valle Occupato che si sono incontrati. In questo clima di cooperazione sono stati invitati alla costruzione collettiva della tre giorni sulla drammaturgia, interamente autogestita dagli autori, che ha sollecitato discussioni e prese di posizione diverse. Alcuni sono occupanti effettivi, altri prossimi nella passione e nella presenza, altri ancora sostenitori più da lontano. Ognuno secondo la propria sensibilità, il proprio impegno politico, la propria possibilità. Molti autori, e lo hanno apertamente dichiarato in seguito alla pubblicazione dell’articolo, continuano a partecipare attivamente all’esperienza del Teatro Valle, che ha obiettivi senz’ altro più ampi.

Per quanto riguarda la vocazione drammaturgica del Valle Bene Comune, futura Fondazione dell’ impossibile, l’ elaborazione è aperta e tuttora in corso, continuamente sollecitata dai molti artisti e dalle molte poetiche che attraversano l’occupazione. Già da mesi abbiamo declinato al plurale l’idea un po’ parziale e centralistica di drammaturgia nazionale, preferendo il termine “drammaturgie”: una costellazione mobile di scritture sceniche, di narrazioni del presente non esclusivamente verbali, che rendono conto della vitalità della scena contemporanea fatta di contaminazione dei linguaggi e di codici ibridi.

Una nota sui toni accesi della citata assemblea.  Il lettore assente lasci sbiadire il folkloristico mercato del pesce di artisti dissociati dalla realtà evocato dall’articolo e metta piuttosto a fuoco la temperatura emotiva della passione artistica e intellettuale che si esprime attraverso il protagonismo della nostra presenza e della nostra professione.

La distinzione tra approccio culturale e politico appare del tutto mal posta. Chi segue con occhio attento e con qualche strumento di analisi politica e sociale l’ esperienza inedita del Teatro Valle coglie forti elementi di novità in questa lotta in cui si manifesta la soggettività dei lavoratori dello spettacolo. Per noi il dispositivo politico e quello artistico-culturale coincidono.

Per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni, la nostra posizione è tutt’ altro che ideologica. Non si tratta di schierarsi superficialmente a favore o contro. Da un lato, come artisti e come cittadini, riteniamo che sia necessario uscire da un regime di complicità e delegittimare i responsabili dei vent’anni di politiche culturali che hanno massacrato il sistema di produzione artistica e la formazione pubblica. Dall’altro, la nostra lotta non è soltanto di difesa e di resistenza ma, in un processo costituente, costruisce dal basso nuove istituzioni, nuovi modelli di governo diretto.

Se alcuni autori hanno deciso di costituirsi in associazione e contrattare con il Comune di Roma l’ assegnazione di uno spazio come sede, il loro atto è del tutto legittimo e non costituisce alcuna “spaccatura” con il Teatro Valle. Semplicemente è un percorso parallelo – parallello come quello di tutte le esperienze, le associazioni, le compagnie che sostengono l’occupazione ma che per ovvie ragioni non vi trovano sede esclusiva-. Starà all’ intelligenza politica dei drammaturghi e alla loro solidarietà, in cui confidiamo, non farsi strumentalizzare da un’ amministrazione che ha tutto l’interesse ad usare questa assegnazione per delegittimare l’ occupazione.

Infine. Il tono da tabloid scandalistico capace di ridurre un dibattito aperto alla misura squalliduccia del gossip si commenta da solo. Per quello ci sono i tanti wine bar e lounge cafè del lamento in salsa d’ invidia di cui è piena Roma.

Le pagine del quotidiano fondato da Gramsci non meriterebbero d’ ospitare altri contributi, seppur critici?

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7 Responses to A fissare lo sguardo sul difetto di una corteccia si smarrisce la visione del bosco

  1. Isabella 19 dicembre 2011 at 03:05 #

    “…e aggiungi che non moriremo piu’
    e che andremo per la vita
    errando per sempre.”
    Sergio Corazzini

  2. Alois 20 dicembre 2011 at 11:17 #

    Siete grandi.

  3. Ukulele 20 dicembre 2011 at 13:47 #

    La verità è che vi siete appropriati di uno spazio e lo utilizzate per soddisfare le vostre involuzioni narcisistiche e pseudo-intellettuali. L’idea di una “selezione” delle proposte artistiche, l’idea di una “gestione” – atteggiamento supponente che presume una superiorità creativa, tipica dell’intellighentia politicizzata – contraddice alla base l’idea di uno spazio aperto e pubblico. La verità è che con il mantello dell’occupazione avete usurpato uno spazio cittadino, perpetuando di fatto la stagnazione del sistema culturale romano e italiano. Sarebbe ora di passare il testimone ad altri e che questi altri, a loro volta, cedano prima o poi il passo ad altri ancora. Vi dovreste togliere di mezzo, sarebbe anche ora.

  4. dabo 23 dicembre 2011 at 01:15 #

    “perpetuando la stagnazione del sistema culturale ecc.”
    wow, so potenti questi del valle…

  5. olga 23 dicembre 2011 at 16:46 #

    scusa Ukulele, ma le permanenze artistiche non ti sembrano un modo per “cedere” il teatro ad altri? non mi pare che gli occupanti del Valle vogliano gestire il teatro, stanno sperimentando attraverso vari tentativi (più o meno riusciti certo) un nuovo modo di vivere e pensare un teatro che sarebbe altrimenti rimasto chiuso o andato in pasto ai pescecani…
    Inoltre la programmazione estiva del Valle tutto m’è parso eccetto che una selezione secondo norme o principi predeterminati.
    Per togliersi di mezzo c’è bisogno di tentare il compimento della battaglia – o iter – per la creazione di una fondazione partecipata (quindi non la solita fondazione, fatta di banche e imprenditori che non sanno manco da lontano di cosa abbia bisogno un teatro per essere vivo, ma fatta da appassionati, addetti ai lavori e cittadini) e la scrittura dello statuto.
    Inoltre avere dei sostituti presupporrebbe pure che tali sostituti offrissero pari impegno e disponibilità per portare avanti il progetto di Teatro Valle come BENE COMUNE.

    Concludo dicendoti che se esiste un sapere (come credo che sia) legato al fare teatro e a far vivere un teatro, questo sapere è inevitabilmente nelle mani di chi del teatro ha fatto la sua vita. Di chi ha compiuto una scelta precisa, non è una supponenza di un’élite politicizzata. Chi saprebbe meglio di cosa avrebbe bisogno un ospedale per essere gestito bene se non medici, infermieri e pazienti?

  6. patty 3 gennaio 2012 at 22:02 #

    …Con grande rammarico non posso che condividere alcune delle osservazioni di Ukulele… 🙁
    E sì che io ero tra quelli che ci avevano creduto, nel Valle Occupato… 🙁

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  1. Il Gridas non si tocca! « Ex Asilo Filangieri - 2 ottobre 2012

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