23 Giu

Come l’acqua, come l’aria: Liberiamo i saperi

come l'aria come l'acqua

come l'aria come l'acqua

Teatro Valle Occupato

23 Giugno 2011

ASSEMBLEA/WORKSHOP

con Ugo Mattei

(Docente di Diritto Civile all’Università di Torino e autore del quesito referendario sull’acqua)

COME L’ACQUA, COME L’ARIA: LIBERIAMO I SAPERI

Nuovi modelli di sviluppo per una gestione diretta e orizzontale dei beni comuni

INTRO A DUE VOCI

L’incontro di oggi sarà più strutturato rispetto ai precedenti. Pian piano stiamo cercando di andare sempre più a fondo nell’ambito di certe questioni, oggi abbiamo ospite il professor Ugo Mattei, di cui proveremo a sfruttare le competenze. Dopo il suo intervento, daremo il via alle domande, con le solite modalità.

 

Come l’acqua, come l’aria. Possiamo definire la cultura come un bene comune? Ci interessa proteggere la cultura e ciò che essa produce, e capire se possiamo considerarla davvero come un bene primario, necessario. Tutto ciò che si produce nel settore culturale non è manufatto, quantificabile, resistente al tempo, è un altro tipo di produzione, diversi i tempi, i meccanismi di produzione, la collocazione all’interno del mercato. Possiamo collocare la battaglia per la cultura all’interno di quella per i beni comuni?

Ciò che si è venuto a verificare negli ultimi anni, la delegittimazione e il declassamento di chi produce cultura ha prodotto uno scollamento dalla società civile. Possiamo riferirci ad altri modelli di beni culturali? Possiamo riavvicinare la cultura alla società? Esiste un diritto all’immaginazione, alla bellezza, alla fantasia? Fanno parte del nostro patrimonio? Questi beni immateriali che produciamo creano ricchezza materiale, che non viene redistribuita né in forma di finanziamento pubblico né in termini di reddito.

 

Come sono cambiati i sistemi di produzione all’interno degli ultimi 30-40 anni? Come facciamo a definire quali sono i tempi in cui i lavoratori di questo settore stanno lavorando?

 

Questa questione va al di là dei lavoratori dello spettacolo, si riversa sulla scuola, sui tagli all’università, riguarda lo stile e il progetto di questo governo come forma di declassamento rispetto ai giovani. Dobbiamo capire che questi differenti meccanismi fanno parte di un medesimo processo di espropriazione nella società, in cui il corpo vivo che produce non è mai proprietario. Nella crisi che ci troviamo a gestire la precarizzazione dei lavori è la base comune, anche attraverso forme di flessibilità caratterizzate dalla mancanza di garanzia per i lavoratori.

 

Lotta contro la privatizzazione dell’acqua: quali sono le possibilità? È chiaro che il pubblico non ha più soldi e i privati sono disposti ad investire. Esempio lampante del Colosseo: Della Valle ha acquisito il brand per 15 anni di quello che sarebbe un bene dell’Unesco appartenente a tutta l’umanità.

 

 

INTERVENTO DI UGO MATTEI

Docente di Diritto Civile all’Università di Torino e autore del quesito referendario sull’Acqua

 

Ho accettato con grande gioia quest’occasione. Questi sono i tempi e i momenti dell’azione diretta. È un momento particolarmente importante nel passaggio politico che stiamo vivendo adesso. Ci hanno abituati a pensarci una repubblica democratica: immaginiamo un processo di formazione delle decisioni collettive basate sulla rappresentanza, che è in qualche modo la chiave di lettura dell’idea stessa della legittimità politica. Purtroppo in Italia da qualche anno c’è una crisi drammatica della rappresentanza, non che sia una cosa nuova, ma dall’inizio degli anni 90 è rimasta una dialettica sempre più a favore dei governi, di coloro che hanno la maggioranza.

Sostanzialmente in Parlamento siede un’oligarchia ricattata dai vertici. Ci siamo accorti col tempo di questo stato terminale: la decisione di violare la Costituzione con il bombardamento della Libia, contro la volontà di molti milioni di italiani e l’unanimità del Parlamento dimostra nel modo più chiaro che la democrazia non è più tale. Resta la democrazia diretta, istituto legato sostanzialmente al referendum: siamo riusciti a farlo funzionare, una vittoria portata avanti in condizioni estremamente difficili, con tutto il potere costituito e gli apparati ideologici schierati contro. C’è stata una vera e propria azione di politica, di fisicità e comunicazione diretta fra le persone.

Una nuova idea di beni comuni – recente categoria del sistema giuridico – è stata resa nota in Italia. I beni comuni appartengono a tutti quanti, ed emergono soltanto nel momento in cui un numero significativo di persone ne prende coscienza e la fa valere.

 

Qui al Valle possiamo avere un’altra rappresentazione del potenziale emancipatorio di questa nozione di beni comuni. Questo teatro, per quanto bellissimo, se vuoto, è un luogo morto. Se non animato dalla presenza di persone resta un oggetto del mondo esterno incapace di esprimere quella particolare relazione fra l’essere e l’avere che è il bene comune. Dialettica fra un’esperienza collettiva (lotta che portate avanti da diversi giorni, modo di essere insieme, tessuto relazionale) e un bene all’interno del quale questa lotta si attua, in difesa del quale questa lotta prende senso. La grande battaglia ha preso senso non in quanto rapporto con una merce, un bene inanimato, non in una prospettiva idraulica, ingegneristica, aziendale. Bisogna uscire da questa logica mercificatoria e meccanicistica per accogliere una logica di condivisione, ecologica e di lungo periodo. L’acqua è stata riconosciuta come bene comune perché c’è stata una lotta dalla base, persone con lo scopo di una cura di qualche cosa che sentivamo di avere in consegna per la generazione futura. Anche l’Università è un bene comune, non può essere governata con una logica di produzione di profitto, ma, come l’acqua e la scuola pubblica, è un’entità che andrebbe interpretata al di fuori della logica di breve periodo, con una logica non di produzione ma di riproduzione. Occorre un salto di nobiltà.

 

Purtroppo ci troviamo in una fase storica nella quale i rapporti tra privato e pubblico sono drammaticamente cambiati. La struttura dei modelli capitalistici è squilibrata verso il privato, la politica è stata privatizzata, il rappresentante del popolo dipende in larghissima misura dalla possibilità di essere rieletto, quindi dal capitale privato che ne funzionalizza l’elezione. Il sistema italiano è meno privatizzato di quello statunitense: questo modello di democrazia è fortemente legato alla dicotomia stato/proprietà privata, quella dei grandi mezzi di produzione, in mano alle multinazionali, capaci di controllare i sistemi politici. Nel momento in cui il capitale controlla in modo capillare la rappresentanza esiste una sola alternativa per il popolo sovrano: l’azione diretta. Occorre la costruzione di modelli di legalità che siano altri; la consapevolezza dei beni comuni fa parte di questo modello costituente, è essenziale.

 

Nelle costituzioni liberali il soggetto forte era lo stato, il debole il privato. La proprietà è protetta da garanzie, occorre un indennizzo per portarla via. Il passaggio dal pubblico al privato è stato un punto di arrivo del modello di privatizzazione. Questo teatro, costruito nei secoli con lo sforzo della collettività, può essere privatizzato con un semplicissimo decreto del ministro in carico, senza nessun tipo di riserva di legge, senza che egli debba dimostrare alcuna pubblica utilità, potendo utilizzare l’introito come meglio crede. Il passaggio è al di fuori di tutte le garanzie: sia destra che sinistra ne hanno abusato con grande abbondanza dall’inizio degli anni 90.

 

Intervento dal pubblico

Nei confronti di quale soggetto uno stato sviluppa un debito pubblico?

Risposta

Il debito di uno stato è nei confronti dei suoi stessi cittadini come pubblico: noi, come collettività, prendiamo a prestito da un privato del denaro. Fino a che questi privati sono gli stessi cittadini di un paese non c’è problema, è un sistema sostenibile. Ma con la globalizzazione il debito è oggi per più del 50 per cento nelle mani di speculatori internazionali. I soldi non vengono reinvestiti nel circuito nazionale. Questi signori delle banche d’affari sono in grado di dettare le condizioni politiche del nostro esistere. La Grecia non ha più alcuna sovranità politica, è controllata dai signori che ne detengono il debito. Oggi ci sono una quantità di soggetti internazionali che sono molto più forti degli stati. I nostri governi sono i maggiordomi che ci servono; maggiordomi col vizio del gioco, finiti nelle mani degli usurai. E’ un problema costituzionale gravissimo che va affrontato a livello internazionale.

 

Peculiarità dei beni comuni: uno se ne rende conto soltanto quando non ce li ha più. Essi sono posti a repentaglio da dinamiche di espropriazione contro i quali non abbiamo alcuno strumento, se non la battaglia politica, che però è corrotta.

Perché pensate di essere qui oggi e non siete ancora stati cacciati a manganellate? Il fatto che questa sia una lotta per un bene comune conferisce a questa lotta un livello di legittimazione che la costituzionalizza. Stiamo colmando da eroi un vuoto normativo. C’è una retorica insopportabile della legalità fine a se stessa, la legalità deve riflettere il senso di giustizia di lungo periodo per la collettività. Questo è il nodo politico di cui noi siamo in questo momento una grande epifania: dobbiamo trovare un linguaggio che consenta di legare insieme le battaglie, trovare un contenuto di consapevolezza collettiva. Cos’è la precarizzazione se non la costruzione di individui soli che pregano per ottenere qualche cosa (“precario” viene da “pregare”), individui senza diritto? Il diritto oggi può essere declinato soltanto su logiche collettive, il modello di darwinismo sociale ha fatto il suo tempo. Dobbiamo riuscire a liberare le nostre coscienze da questa retorica del liberalismo che ci ha fatto immaginare come individui soli, e che ci ha illusi che essere soli sia essere liberi. È necessario un grande salto di qualità teorico, che stiamo facendo.

 

Quali sono delle buone istituzioni per il comune? Abbiamo recuperato una dialettica fra collettività ed oggetto materiale: quali forme giuridiche e politiche può e deve avere una lotta dei beni comuni? Attraverso quali strumenti esistenti può essere realizzato? Sono in corso molti studi fra i giuristi su questo punto. Le teorie senza le pratiche sono necessariamente destinate a fallire. Dobbiamo raccogliere delle buone prassi, riuscire a studiare il modo in cui agire a seconda dei problemi contestuali.

 

 

DIBATTITO

 

Intervento di una partecipante del presidio a Montecitorio

Sto portando il mio apporto a persone che hanno organizzato uno sciopero della fame a Montecitorio. Su Facebook c’è un grandissimo sostegno dall’estero, in Italia sono censurati. Facendo appello all’articolo 50 della Costituzione hanno presentato delle leggi e spedito petizioni. Non c’è stata alcuna risposta. Hanno bisogno di gente che vada a sostenerli.

 

Intervento di Angela Scocci, Presidente dell’ETI

Mi occupo di teatro, spettacolo, vengo dalla musica, vorrei tornare ad occuparmi della musica ma credo che l’unica vera grande industria di questo paese sia la cultura. Se cominciamo a chiudere teatri e musei è finita per tutti noi e soprattutto per i giovani. Questo teatro va salvato, è un bene pubblico. Aver chiuso l’Eti è stata l’operazione più demenziale a cui io abbia mai assistito in questo paese.

 

Intervento di Elio Germano

Dato che la cultura è un bene comune, un servizio alla collettività, è importante difenderla e diffonderla a livello capillare, e invece oggi ci troviamo davanti a consigli di amministrazione di enti pubblici che sono di nomina politica: si mira ai numeri e non alla qualità. Noi lavoratori dello spettacolo lavoriamo in condizioni assurde, ci arrabattiamo. Che tipo di servizio arriva al pubblico se noi lavoriamo così? Stiamo ragionando su che modalità abbiamo per realizzare una partecipazione popolare e di imporre una qualità di lavoro e di prodotto finale, è un discorso che ruota intorno all’idea di società che stiamo immaginando. Siccome il mercato si alimenta da sé, è giusto che ci siano dei presidi di qualità. Questo dovrebbe avvenire nei teatri ma anche nelle televisioni, che hanno grandissimo potere divulgativo. I consigli d’amministrazione dovrebbero essere scelti con un bando pubblico in base a dei criteri di competenza precisi. Occorre svincolarsi dai giochi di potere della politica ed indirizzare bene il denaro pubblico. Il teatro, anche inteso come business, siamo noi, pubblico tecnici e artisti. Perché non dobbiamo essere noi ad avere potere  decisionale? Pensiamo al potere della televisione, soprattutto per quanto riguarda l’immaginario futuro. Che tipo di possibilità abbiamo sulla partecipazione, che misure di controllo delle competenze di coloro che dovranno risolvere il futuro degli ambienti pubblici? Che tipo di operazione potremmo attuare per scalzare la politica da questo controllo?

 

Intervento di Fabrizio Gifuni

Voglio ricollegarmi al cuore del problema: questa è una straordinaria testimonianza di quello che è accaduto nelle ultime settimane. Il referendum era sull’acqua bene comune. È vero che la cultura è un bene comune, ma siamo certi che fuori da questo teatro ci sia una percezione della cultura come bene comune? Io non ho questa sensazione. Un punto ineludibile è come dobbiamo tornare a comunicare con una strategia alla collettività che la cultura è un bene comune. Altrimenti questa battaglia rimane qui dentro. Da qui deve partire qualsiasi strategia. Ci sono due livelli, attivo e passivo. Il sistema attivo è fortemente rimesso alla coscienza individuale; si sta lentamente rimettendo in moto la macchina della coscienza del nostro lavoro. Ognuno di noi deve essere fortemente responsabilizzato sulla serietà che mettiamo in campo, soltanto con un’azione infaticabile dei lavoratori dello spettacolo si conquista una collettività. È forse iniziato il momento di iniziare a far capire che cosa succede quando un bene comune viene meno? Azione negativa: cosa succede se i chiudono i teatri? È questo di cui ci dobbiamo occupare, se no saranno sempre solo battaglie nostre.

 

Intervento di Maddalena Crippa

Penso che dal famoso “Se non ora quando” con le donne la questione culturale sia stata sollevata, siamo maturi. Come si può agire giuridicamente per partecipare a questo bando, a questa eventuale  assegnazione? Perché non potrebbe partecipare la nuova generazione, dato che ha così ben condotto questa occupazione? Perché non potrebbe veramente partecipare alla gestione? Come è possibile per la gente, le associazioni, i gruppi, far valere questa collettività? Perché questo è rivoluzionario rispetto al passato. Io vorrei una risposta praticamente, giuridicamente.

 

Intervento

Penso che tutto il percorso costruito dal forum per l’acqua abbia ricostruito un intervento capillare. È proprio questo che bisogna costruire a proposito di coinvolgere e far sentire la cultura come un bene essenziale.

 

 

Risposte

 

C’è un diritto vigente ed esistente che può essere interpellato nelle lotte, può essere più o meno efficace, ma il diritto non morde se non è accompagnato da atti politici forti. I giuristi tendono a mantenere uno status quo. C’è un côté giuridico che ovviamente va portato avanti, i beni comuni stanno emergendo come categoria giuridica, ma ci sono degli elementi di autonomia per esempio in gruppi come questo: è importante creare un comitato formale e dotato di soggettività giuridica per il Valle. Non è detto che dobbiate prendere strutture esistenti, potete inventarne di nuove.

 

La differenza tra beni privati e pubblici: tanto la proprietà privata quanto quella pubblica sono dei momenti di concentrazione del potere e di esclusione. Sono lo stesso modello, sovranità sopra un qualcosa di esterno pensato come un oggetto, una logica di dominio. La dialettica che non mercifica come quella dei beni comuni deve mettere in relazione i gruppi delle persone che governano, con dei diritti e dei doveri. Il bene comune nella sua essenza, oltre ad costituire una dialettica più complessa rispetto alla proprietà, è una struttura di diffusione del potere, non di concentrazione o di esclusione. Occorre sostituire la logica del potere con la logica del sapere. L’università è oggi basata sul potere e non sul sapere. Occorre trovare dei modi di diffondere il sapere, facendo attenzione che questo non si trasformi in élite dei sapienti, perché il sapere è reale nel momento in cui è condiviso. Più che un modello fondato su un consiglio di amministrazione per bando (ci sono un sacco di paesi europei organizzato così) sarebbe importante immaginare delle strutture di controllo che mettano al centro l’articolo 43 della Costituzione (“A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”), che lavora sull’idea della comunità di lavoratori, immaginando modelli di governo anche di tipo assembleare, che hanno funzioni di controllo. Il diritto è vivo quando è prodotto dalle battaglie reali, il giurista serve per la bella copia.

 

Intervento di Emanuele

Vengo da Prima Valle, zona completamente priva di teatri. C’è stato un progetto di costruzione di una struttura che poi è stato bloccato semplicemente perché non è stato individuato chi dovesse gestirlo. Dobbiamo riuscire ad entrare nel territorio, dobbiamo interessarci delle problematiche dei nostri territori, tornare a questo.

 

Intervento di Ilenia

Domanda sulle economie. Ci viene rimproverato che con la cultura non si mangia. Ci interroghiamo spesso sul fatto che in realtà la produzione culturale/immateriale origina una produzione di ricchezza materiale. In che modo questo avviene? Anche rispetto alle modalità in cui lavoriamo: spesso ci è difficile separare il tempo di lavoro sotto contratto dal tempo di vita, di ricerca e di formazione. Come viene redistribuita questa ricchezza? Come potrebbe essere fatto in modo più equo? Iniziare a pensare forme alternative di interazione fra pubblico e privato.

 

Intervento di Agostino

Io sono studente di archeologia e nel corso dell’anno il discorso dei beni comuni è stato posto più volte. L’esempio del Colosseo è diverso da questo teatro, perché questo teatro è chiuso e quindi può essere occupato, mentre al Colosseo è diverso: la patrimonialità è rimasta pubblica. Come si può fare, in una situazione di crisi di questo tipo?

 

Risposte

Il modo attraverso il quale la struttura del capitalismo tende a mettere a frutto i beni comuni è attraverso la recinzione, l’accumulazione continuativa. Il capitalismo cognitivo riflette una trasformazione dei modi di produzione. Lo spettacolo e le attività intellettuali di qualità sono da più tempo caratterizzate da questi fenomeni che progressivamente stanno investendo altri settori. L’esperienza della precarizzazione ha colpito prima i lavoratori dello spettacolo e cultura rispetto ad altri lavoratori. È necessaria una rivoluzione culturale che consenta di cambiare la coscienza comune. Nella concezione odierna, le sole cose serie sono quelle privatizzate. Bisogna invertire questo concetto. C’è un intero settore del capitalismo cognitivo che è quello dei lavoratori dello spettacolo che dovrebbe rivendicare il fatto che in realtà essi sono degli enormi produttori di ricchezza e qualità della vita. Occorre trovare un vocabolario finalmente nuovo, finalmente capace di uscire dalla logica della produzione. Rompere con la tradizione produttivista, una sorta di arredo del mondo con certezze fasulle che ci sono state imposte come reali e non discutibili.

La strutturazione sempre più avanzata della struttura capitalistica è un delirio di onnipotenza legato al concetto di crescita infinita su un pianeta finito. Oggi serve basarsi su modelli di Qualità e di Essere. “Reddito di resistenza” è pagamento di denaro a persone che svolgono per tutti una azione di resistenza contro questa degenerazione che porterà alla fine di questo pianeta.

Il passaggio fondamentale della creazione di un buon linguaggio deve andare verso la costruzione di processi cognitivi di costruzione di sistemi valoriali diversi da quello basato sull’accumulo senza fine. La vita è bella senza avere troppo. Quando uno è.

I lavoratori dell’esperienza dell’essere vanno retribuiti con un reddito di resistenza.

 

Intervento di Salimbeni

La gente va corteggiata, contagiata, coinvolta. Lo facciamo qui dentro con l’entusiasmo. La forza principale è portare fuori questo entusiasmo, questa bellezza, attraverso il coinvolgimento e non attraverso la chiusura dei teatri.

 

Gifuni

Certo, il contagio è la prima cosa, il livello non può essere solo la serrata, ma servono pratiche di azione il più complesse e diversificate possibile. Serve la pratica.

 

Salimbeni

Troviamo il modo di uscire da qui, tutti insieme e per arrivare a tutti.

 

Intervento di Luciano

Siamo sotto scacco delle banche. Visto lo stato di metastasi dello Stato italiano, se questo teatro rimane pubblico rischia di passare fra qualche anno sotto il controllo delle banche. Voglio chiedere se c’è un modo, indipendentemente dalla fondazione di una istituzione che vada a garantire la qualità, per garantire che questo luogo come altri non passerà mai, in quanto bene pubblico, sotto le mani delle banche.

 

Intervento di Fulvio

Per noi è importante privilegiare l’azione. Grazie al fatto che abbiamo preparato bene il pre-occupazione, molte persone ci hanno subito appoggiato, ma se questo numero di persone non avesse partecipato ci sarebbe stato un problema di ordine pubblico. L’abbiamo avuto a Gennaio, quando abbiamo occupato il Metropolitan. Il punto della violenza è stato poco toccato finora.

 

Intervento

C’è un passaggio logico che non ho capito. Se un bene comune è una categoria che nasce in una situazione di mancanza, e sta diventando una categoria giuridica, è la parola bene comune una categoria del pubblico o può divenire davvero una nuova categoria giuridica? Se è facile comprendere che un bene privato è nella disponibilità di un privato, di chi è la disponibilità del bene pubblico?

 

Risposte

 

Esiste un modo di non mettere i beni comuni a rischio banche? Innanzitutto è quello di accogliere una definizione di beni comuni che dica che essi sono collocati fuori commercio. Non compatibili con la logica del commercio. È una parte molto importante su cui dovremo batterci, già si parla del fatto che l’acqua possa essere gestita da società private, pubbliche o miste. Non se ne fanno una ragione, l’esito del referendum va difeso. Se diciamo che il teatro Valle è un bene comune perché è collegato alla soddisfazione di un bisogno fondamentale della persona, che distingue l’animale dalla bestia. L’ideologia distingue l’umano dall’animale. Il teatro Valle è un bene comune e questo ha come conseguenza che deve essere gestito anche nell’interesse delle prossime generazioni. Questo è incompatibile col chiedere denaro a prestito. Questa è una cosa assolutamente base, ed è l’unico modo per tutelarci in questo sistema.

 

È importante la domanda sulla violenza, non può essere elusa. Il passaggio da un ordine giuridico costituito ad un ordine giuridico costituente passa attraverso una certa dose di fisicità. La politica è occupazione fisica di spazi. La modalità dipende naturalmente anche dai contesti. C’è un principio di proporzionalità tra offesa e difesa. La tutela dei beni comuni passa attraverso la difesa, direttamente proporzionale rispetto all’offesa alla quale questi sono sottoposti. Difesa che deve essere gestita con tutto il buon senso che chi offende non ha. È una questione di contesto, con una consapevolezza però importante che siamo in una fase costituente.

 

Chi dispone del bene comune? I beni pubblici vanno trattati e gestiti a seconda della specificità. Una caserma è diversa da una spiaggia: l’una dà utilità in quanto inaccessibile, l’altra in quanto è accessibile. Siccome noi puntiamo sulle utilità che provengono dai beni, queste sono compatibili sia con la titolarità privata che comune. Non c’è la possibilità di escludere rispetto a certe utilità dei beni comuni. La piazza come bene comune è fondata sul libero accesso, indipendentemente dalla proprietà degli immobili che esistono al suo interno. Cos’è che sostituisce le piazze nel mondo americano? I centri commerciali, che sono privati ma sono aperti. Possono i proprietari impedire a qualcuno di andare a fare proselitismo politico all’interno dei centri commerciali? È una caso giuridico particolare, un tertius genus rispetto a proprietà privata e proprietà pubblica.

 

 

CONCLUSIONE Ilenia

Domani affrontiamo un dibattito su un tentativo di rete che si sta costruendo. Danza, editoria, scrittori, cineasti, con un’apertura al mondo dell’università e della ricerca. Come facciamo ad attivare delle attività di lotta che possano difendere dei modelli di produzione culturale? Quali sono le modalità in cui produciamo? Qual è il nostro comune? Condividiamo con altri lavoratori dell’immateriale e della conoscenza, anche in prospettiva di lotta e di pratica condivisa. Domani alle 16.

 

 

 

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