29 Set

STRALCI DAL TVO…

LA FIGLIA DEL TABACCAIO
Una storia d’amore
allegra allegra allegra come un albero di girasoli”
Elsa Morante
Nel mio paese c’era un solo teatro
poi l’hanno chiuso.
Ora c’è un negozio che vende vestiti.
In teatro spesso la figlia del tabaccaio faceva l’amore con il figlio del farmacista durante gli spettacoli
la figlia del tabaccaio faceva l’amore con tutti
non solo nei teatri
anche giù per la strada della scuola media
ma pare che a teatro nei palchetti lei riscuotesse un certo successo
alcuni stavano lì a guardarla mentre faceva l’amore
e lo spettacolo era in due posti,
lì e sul palcoscenico
Non bisognerebbe chiuderli i teatri.
Ora lì c’è un negozio che vende vestiti:
I vestiti che vendono sono come quelli della televisione,
al posto del teatro ci hanno messo questo negozio che vende vestiti che sono come pezzi di tv
e tutti quelli del mio paese entrano lì a comprare un pezzo di tv e questo pezzo di tv se lo mettono addosso
Non bisogna chiuderli i teatri
La figlia del tabaccaio pare che in quei palchetti facesse cose che non si possono dire
Mio nonno ci andava per litigare con il parroco e con il sindaco, a volte riusciva a litigarci contemporaneamente.
Alla fine di ogni spettacolo li dovevano dividere, mio nonno gli metteva le mani addosso al parroco e al sindaco
li prendeva a cazzotti
contemporaneamente
avevano da discutere
e litigare
tanto
subito dopo ogni spattacolo
Non bisogna chiuderli i teatri
Ora nel mio paese si guardano addosso e guardano sempre lo stesso programma, gli stessi vestiti, così la tv è sempre accesa anche per strada.
Gli piace tanto guardare quel pezzettino di televisone sul culo dell’altro o sulla propria pancia grossa grossa
sì la pancia bella grossa:
perché se ti metti la televisione addosso non hai bisogno di altro
puoi anche avere la pancia grossa grossa
e non avere un’idea,
tu hai il diritto di accendere la televisione su di te
di indossarla
l’hai comprato in quel negozio il diritto
Mio nonno a teatro il diritto di prendere a cazzotti il parroco e il sindaco se lo prendeva discutendo
Dicendo delle cose
cose che nessuno aveva mai udito
La gente andava a teatro per sentirlo parlare dopo lo spettacolo
E per vederlo prendere a cazzotti il parroco ed il sindaco
contemporaneamete
Aveva due mani grandi come una pala mio nonno
ed erano cazzotti belli quelli
Non tutti i cazzotti sono brutti, ce ne sono di molto belli e quelli lo erano.
Nel mio paese non c’è più nessun teatro.
La figlia del tabacaio è scappata,
non si sa dove sia finita
pare che sia sempre giovane e riesca a fare l’amore come nessuno può dire
anche a me piacerebbe fare l’amore con la figlia del tabaccaio
e la cosa bella
quello che ho imparato oggi
è che tanti ci vogliono fare l’amore con la figlia del tabaccaio
a noi tutti ci piace fare l’amore con la figlia del tabaccaio
che bello fare l’amore con la figlia del tabaccaio.
FINE
***

LA CURA DELLA PIANTA

Una metafora cognitiva è un dispositivo di stilizzazione di una realtà complessa attraverso l’accostamento ad una realtà analoga ma meno complessa.

Che teatro vogliamo? E vai a discutere! Più bello, più sano, più giusto, più vicino alla comunità, più etico… stiamo lavorando sul modello gestionale, non su quello artistico, stiamo facendo un’elaborazione politica e la stiamo facendo insieme. Un’elaborazione artistica? È il grande rimosso della faccenda, per qualcuno la stiamo già facendo attraverso la pratica occupazionale che è un’opera d’arte in sé, per qualcuno dobbiamo affrettarci a produrre contenuti artistici: una rivolta culturale deve essere culturale, non contenitore del culturale, voi chi siete? Uscite allo scoperto, che teatro vi piace? Per qualcuno affrontare questo problema è tatticamente infernale, un tema disgregante, per qualcuno è semplicemente sbagliato, non è in nome di un’idea estetica condivisa che siamo qui, ma di un’idea politica. Ma intanto un’idea estetica spontaneamente trapela. C’è qualcosa in questa pratica che è differente dalla pratica occupazionale in genere e che è diversa dalla pratica teatrale in genere. C’è qualcosa che appartiene solo a noi. C’è un teatro che è aperto e che cura chi ci sta e chi ci viene allo stesso modo. Con la stessa cura.

Davanti a quel teatro due giorni fa un giovanissimo occupante stava annaffiando le fioriere. Lo faceva con inconsapevole grazia. Nel caldo di agosto si dava da bere alle piante. Mi è piaciuto, non ci avevo neanche pensato che quegli organismi dovessero bere, qualcun altro, evidentemente, sì.

Il giorno dopo il terrore. Davanti al teatro, rumore e spavento. Lampeggianti. È il comune. Un apposito mezzo è passato di lì a fare il lavoro come si deve. Solerti lavoratori, su un mezzo attrezzato per fare il lavoro col massimo risultato nel minor tempo possibile hanno inondato d’acqua le fiorire, scosso le piante nell’ora più calda, rivoli d’acqua sporca da tutte le parti, terra smossa che cola in strada e dalla strada nei tombini. Poi, piano, piano il pericolo cessa e il Teatro Valle si riappropria del suo ecosistema. Cazzate. Fa bene il comune ad annaffiare le piante, fanno bene i suoi lavoratori a farlo, al meglio, nel miglior tempo possibile, al costo più basso possibile.

Siamo tutti d’accordo che le cose vanno fatte. Forse non siamo d’accordo che il farle in fretta e al minor costo possibile sia la cosa migliore. Forse non siamo d’accordo che farle tanto e farle bene siano la stessa cosa. È solo un’immagine. L’immagine di un camion rumoroso contro quella di una tanichetta silenziosa. Non so come si devono fare le cose.  Però so come il pubblico le percepisce. Io sono il pubblico.

 ***

Un dialogo sulle parole
Un po’ di ragazzi sono seduti in platea, al teatro Valle. Giovanni sale sul palco e recita davanti agli amici.
GIOVANNI Non credo che abbiamo tutti il potenziale per esprimerci, ma in tal caso tengo a precisare che non mi esporrò per futili motivi, eccellenze illustrissime. Sono Giovanni il mattatore, mi chiamano così perché mangio marmellata, quel che dico non ha senso per il pubblico ma per me si. Non riesco da un po’ di tempo a questa parte a capire le parole. Sono così sciocche e false che amo prenderle per il naso recitandole su un palco, ma non lo faccio spesso. Perché per cader in certe trappole bisogna aprire il cranio, è faticoso, è doloroso. Voi direte perché. Meglio come prima, avete ragione. La ragione è di chi la usa, non sono certo qui a far la morale, anche perché sono un irresponsabile. Ma non mi dilungo e non vi ammorbo ulteriormente, anche perché la vostra vita mi attende. Potrei raggiungere Bacco a cena per stasera, ma non credo che poi sarò in grado di tornare con le mie forze su questo palco a dirvi cose intelligenti come queste. Sono compromessi che vanno accettati. Non si può prender di petto tutto. Be’, una frase banale, però era carina, ci stava. Il mio monologo lo sto facendo adesso, e le parole sono un flusso. Perché non c’è autore dietro di me, quel che dico è improvvisato, non l’ho nemmeno capito. Ma quante cose non si capiscono e si lasciano da parte? Certe paure son pericolose, ma nel senso che sono paurose, voglio dire, mettono paura. Nevvero? Scusate l’italiano perfetto ma col palato mi diletto. Sono un giocoliere del linguaggio. Cosa volete sentire? Le solite storielle all’antica? Io non sono la retorica, io il personaggio improvvisato che parla senza testo. Il nuovo è per forza in me. Io non ho riflessione, io non ho giudizio, io parlo tanto per parlare perché me l’hanno insegnato da piccolo, a me sarebbe bastato un pezzo di carne e un paio di donne per sopravvivere. Hanno voluto istruirmi, e adesso sono un altro che sa ripetere gli stessi versi alla stessa maniera, a questo punto provo invidia per i cani, meglio vivere pochi anni ma bene ,diceva mio nonno di 97 anni. Che cos’è la parola? Ditemelo voi, pubblico del linguaggio.
RAGAZZO è un mezzo!
GIOVANNI SI, certo!
RAGAZZO 2 è l’educazione!
GIOVANNI Si!
RAGAZZO Che vuoi farci capire?
GIOVANNI Niente.
RAGAZZO 2 E allora perché ci fai delle domande?
GIOVANNI No ragazzi, no, non entriamo in complotto. Tenevo a dirvi che un vostro peto è molto più interessante di un discorso preparato per tre giorni. E mi chiedo perciò, perché non ci si espelle da se stessi e ci si ritorna dentro un attimo dopo? Perché non si rischia più? Perché per fare a cazzotti con la vita son necessari i soldi? Non basta l’incontro di pugilato che avviane tra il corpo e la mente. Chi dei due andrà al tappeto per primo. Perché c’è tutta questa retorica?
RAGAZZO Ma dove?
GIOVANNI Ma non lo so, ma che cazzo ne so…qua, la, su, giù. Un po’ di umorismo perdio! Siate vivi, non morti, o almeno se siete morti statemi lontano perché odio la puzza.
RAGAZZO 2 é forte questo pezzo!
GIOVANNI è pezzo forte questo! Le parole, le parole! Scambia, stuprati le parole, stuprale con la violenza della scrittore! Uccidi il linguaggio e poi riportalo in scena con le tue pause, le tue virgole da maestro, maledetto essere umano! Si è sentito tanto in grado di fare il gradasso credendo di saper scrivere quattro commediole nel corso del tempo e forse ha scoperto quasi tutto, ergo io mi arrabbio, ma non con lui, con me, che poi saremmo tutti, cioè noi ,la razza umana. Io mi arrabbio con me. Perché nessuno si arrabbia più con se stesso?( Fa finta di piangere)
RAGAZZO Piangi molto bene, bravo.
GIOVANNI Adesso andrò in bagno, mi laverò la faccia, uscirò dal bagno, andrò nei camerini, mi truccherò e farò la donna.
RAGAZZO La donna? E perché?
GIOVANNI Non lo so.
RAGAZZO 2 E noi che facciamo?
GIOVANNI Cambiate queste fottute parole!
***
Può essere difficoltoso per chi non è mai venuto al Valle Occupato capire il senso di questa occupazione. Per questo abbiamo approntato un glossario minimo che introduca ad alcuni concetti.
  1. Assemblearismo tantrico. Le assemblee al Valle durano più o meno quanto un rapporto sessuale per Sting: dalle sei, sette ore in su. Anche quando c’è da discutere di piccolissime questioni, marginali, tecniche, organizzative, di gruppo, già discusse e già precedentemente approvate, è bene che tali questioni si condividano con tutta l’Assemblea, per poi programmare per il giorno dopo un’altra assemblea di prosecuzione lavori con all’ordine del giorno la calendarizzazione delle assemblee dei prossimi mesi. In questo momento ci sono all’incirca cinquantotto assemblee di prosecuzione lavori programmate da oggi fino a giugno. Il che, tra l’altro, significa che cui almeno fino a quella data è impossibile sgombrare.
  2. Il teatro Valle è un bene comune. Come l’acqua; come l’aria; come i materassini da campeggio che una volta portati al Valle per la notte nessuno trova più quando se li vuole riportare a casa; come i fidanzati che una volta coinvolti nell’occupazione restano un po’ meno coinvolti nel rapporto a due; come le madri che una volta che gli si è detto che si è diventati occupanti del Valle, ritornano delle genitrici di adolescenti e chiamano le madri degli altri occupanti.
  3. Restituire alla cittadinanza quello che gli è stato tolto. L’occupazione del Valle è avvenuta appena dopo la vittoria dei referendum, e appena dopo che molti degli occupanti erano stati mollati dai rispettivi partner. Nella prospettiva di un’estate drammatica e soprattutto nella consapevolezza di una perdita intollerabile e ingiustificata, si è deciso di combattere perché venga restituito alla cittadinanza quello che ci è stato sgraffignato. È ovviamente un proposito politico, ed è anche un modo di riconquistare il proprio ex, prendendola molto alla larga.
  4. No ai personalismi. Così, per esempio dopo tre mesi, c’è molta gente che si saluta con “Ciao tu”. C’è qualcuno che quando gli viene fatto notare che c’era scritto Marco nella casella del turno pulizia, dice sempre “Beh, pensavo fosse un altro Marco”. C’è qualcuno che quando litiga e dà dello stronzo a qualcun altro, dopo può argomentare dicendo: “Non intendevo stronzo in senso personale, era un discorso complessivo”.
  5. Un centro di drammaturgia contemporanea: è questo il progetto che gli occupanti hanno pensato per il Teatro Valle. E già quest’estate hanno cominciato a lavorare per un mise en scene di una commedia degli equivoci. Piccole parti sono andate a Gabriella Carlucci – ricordiamolo, recente firmataria di una legge per la censura su internet, della quale possiamo rimembrare il modo in cui rispose al giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli qualche anno fa: “Le auguro che appena suo figlio avrà accesso a Facebook venga intercettato dai pedofili e che lo incontrino sotto scuola… glielo auguro!” – e che sul Valle ha detto: “L’occupazione è scandalosa. E che bisognerà rivalersi economicamente per eventuali danni a persone o cose“; al sottosegretario Francesco Giro, che dopo aver praticamente regalato il Colosseo a Della Valle, quest’estate ha obiettato: “Il Teatro Valle è un centro sociale a cinque stelle. E gli occupanti sono il simbolo di una catastrofe antropologica”; fino all’assessore alla cultura Dino Gasperini che ha detto: “Gli occupanti del Valle stanno manifestando contro se stessi”. Il che – da un certo punto di vista – può essere anche vero. Qui si lotta contro i piccoli egoismi che sono in tutti noi. Carlucci, Gasperini, Giro, venite a imparare.
No comments yet.

Lascia un commento

css.php