31 Ott

Elisabetta Pozzi scrive una lettera a sostegno della lotta dei lavoratori dello spettacolo

Parma 30 ottobre 2011

 

Eccomi qui, qualche giorno i dopo i 3 giorni passati vicino a voi, ai “comunardi” del Teatro Valle!

Eccomi qui a ripensare a quei 3 giorni che ho vissuto con lo stesso calore – passione – con cui da quindicenne vivevo le lotte studentesche – occupazioni annesse!

Mi rendo conto, ripensando ai miei 3 giorni di “direzione artistica” di aver messo a disposizione quanto avevo di utilizzabile, il mio bagaglio di esperienza, le mie conoscenze della pratica teatrale, ho chiesto a Daniele di aiutarmi a raccontare il meraviglioso mondo dei suoni , della musica in teatro, la nostra indimenticabile avventura col Maestro Carmelo Bene, ho chiesto a Massimo Fini di parlare della sua critica a questo mondo occidentale in cui l’uomo è diventato un minuscolo ragno dentro ad un ìmmensa tela che si tesse ormai da sola e di cui è lui l’unico prigioniero,uno dei temi di “Cassandra” che ho portato sulla scena del Valle Occupato come omaggio a coloro che continuano a credere nella capacità tutta umana di mettersi a disposizione di un bene comune. E mi rendo conto di averlo fatto perchè era “necessario” farlo. Ho riscoperto il senso di questo aggettivo!!!! Era “necessario” anche a me , per cercare di ricompensare, in quei 3 giorni, almeno un pò dell’impegno che quotidianamente offrite con generosità per garantire il funzionamento, la programmazione, la pulizia, le attività di quella bellissima Casa che è il Teatro Valle.

Ma mi rendo conto anche di non avere avuto neppure il tempo, se non durante il saluto iniziale , di parlare dell’occupazione, di quanto e con quanta convinzione io la sostenga, e di non aver motivato la mia adesione , di non aver dichiarato perchè io condivida tutti i punti dello statuto , cosa che vorrei fare in questa mia lettera.
Forse non tutti conoscono me e la mia storia, ma….tranquilli!… non ho intenzione di scriverne ora anche perchè gli interessati si possono informare sui siti a cui nulla sfugge.

Può essere interessante però sapere che sono nata alla scuola del Teatro Stabile di Genova , e che ho avuto la fortuna di lavorare sul palco con quei grandi ultimi “capocomoci” , quelli che ti insegnavano ,oltre alle astuzie del mestiere e naturalmente alle basi dell’arte teatrale, anche a camminare in punta di piedi sul palcoscenico in quanto luogo di rito, un rito civile di cui tutti , attori registi, direttori di teatri, organizzatori insieme al pubblico, ovviamente, percepivano l’importanza ,conoscevamo la funzione.

Poi, in pochi anni, il sistema si è degradato, non c’è stato più spazio per la vitalità, per il coraggio – indispensabile per fare teatro -, per la salvaguardia della qualità. Abbiamo assistito ad un progressivo degrado delle proposte, dell’impegno di queste istituzioni vocate alla “cultura” . Tanto più diventavano mastodontiche tanto più si immiseriva la loro capacità di restare al passo coi tempi, di far di tutto per trattenere un pubblico sempre più annoiato e rimbambito dai media , di accettare innovazioni, di occuparsi dei linguaggi che cambiavano, di teatro contemporaneo.

Io che da sempre mi sono interessata alla drammaturgia contemporanea, convinta che se un paese non riesce a portare in scena la sua storia o il suo modo di interpretarla, se non ci sono le voci a raccontarla anche dal palcoscenico, è un paese che non ha la percezione di sè, e quindi ha perso identità, insomma convinta di questo e forte dell’esperienza che mi ero fatta in altri paesi ho dedicato mesi, anni a progetti che non riuscivo mai a portare a termine. ( Ricordo per esempio l’esperienza della Tea, presso la Sala Umberto, oTheatre Ouverte presso il Teatro Vittoria di Torino, progetti di divulgazione della nuova drammaturgia italiana e straniera che ho realizzato affiancata da drammaturghi , attori, scrittori, traduttori e l’ausilio di una casa editrice ben presto fallita, ahimè..! Progetti nati , tra l’altro, all’interno di teatri stabili o finanziati da enti teatrali, che avrebbero dovuto essere portati avanti nel tempo, e non solo dal me, per dare frutti, progetti per cui avevo firmato convenzioni e che invece sono stati fatti morire perchè cambiava la direzione artistica o per altri futili motivi!! )

Interrogate sul loro disinteresse , sul motivo di tanto degrado, di tanto impoverimento della progettualità , le istituzioni spesso si giustificavano dando la responsabilità ai ” tagli alla cultura”, all’impossibilità di investire su drammaturghi nuovi o su testi contemporanei. Lasciavano spazio all’avvento di quel teatro a forma di televisione che non raccontava che il vuoto, l’assenza di impegno,banalità.

E nel frattempo i teatri diventavano inospitali, freddi, pieni di impiegati e sempre più spesso vuoti di pubblico.

Il teatro assistito, foraggiato da comuni, province, stato, nonchè dai privati, non ha più sostenuto la sua funzione primaria, ha smesso di proteggere il proprio patrimonio artistico, di salvaguardare il proprio Bene, si è asservito alla classe politica, è diventato luogo morto, messo a servizio di logiche di potere, di scambi .

Sono, d’altronde, convinta che noi artisti abbiamo avuto molta responsabilità in tutto questo, abbiamo continuato a lamentarci, ma alla firma di un contratto tendevamo a dimenticare il malumore. (Naturalmente generalizzo e riconosco l’impegno di molti che hanno provato a resistere e sono rimasti soli!)

La nostra lotta per garantirci un modo di lavorare serio, dignitoso,che tenesse conto della nostra creatività, della nostra professionalità ma anche della funzione del teatro per una società che si vuole chiamare civile, si arenava, si disperdeva, languiva e il tempo del disastro è alla fine arrivato!! E quella lotta che avremmo dovuto fare e vincere in nome di una cultura autonoma ,di un teatro gestito con competenza ed intelligenza sarebbe stata anche una lotta di salvaguardia della cultura del nostro paese e quindi della sua identità, della sua dignità , una lotta di resistenza ai soprusi, alla volgarità ,all’ignoranza, all’arroganza, non solo una lotta di artisti scontenti.

Ora che stiamo toccando il fondo , ora che comincia a diventar chiaro a tutti quanto l’essere stati depauperati del nostro Bene Comune ci abbia devastato , ora proprio noi, i lavoratori dello spettacolo, dobbiamo avere la forza di prenderci quelle responsabilità che non ci siamo mai presi, metterci in prima linea a difendere gli spazi, la gestione, i progetti, metterci a disposizione per portare ognuno il proprio contributo.

Per questi e molti altri motivi sono con voi, unita nella vostra lotta che è ora anche una mia lotta, un mio impegno. Ho scritto un lungo monologo e non ho detto tutto quello che ho nel cuore. Ma ora chiudo citando pochi versi di un grande poeta greco che amo tanto Ghiannis Ritzos: ” Eppure – chissà – là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo….. “

Con tutto il mio affetto Elisabetta

 

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3 Responses to Elisabetta Pozzi scrive una lettera a sostegno della lotta dei lavoratori dello spettacolo

  1. Maria Inversi 31 ottobre 2011 at 18:48 #

    Ho bisogno di bellezza e la cerco ovunque, a teatro a volte la si trova. Ma come scrive Elisabetta Pozzi, della pochezza artistica a cui spesso assistiamo siamo tutti responsabili. Anche in quel vizio tutto italiano fatto di inutile buonismo e di difficoltà ad essere critici verso sé stessi e il proprio lavoro. La partecipata lettera di Elisabetta a sostegno di un prepotente bisogno di cambiamento la sottoscrivo e, come mi capita di ripetere ormai spesso, non so se sarà davvero fattibile che il Valle e i suoi occupanti riescano in tutti gli intenti che si sono prefissati, ma se ciò non dovesse accadere, esso (essi,esse, loro) avrà segnato un punto, avrà preteso diversa attenzione, obbligato molti a interrogarsi su perché tanta bella gioventù sia così ostinata, e forse a riflettere a riflettere anche subassezze e squallori di questa nostra convulsa e un po’ patetica società. Ma il segno del TVO è nell’essersi reso riconoscibile, nella determinazione a costruire e nella speranza che sembra fin qui, non inquinata. Bella la passione che Elisabetta ha saputo comunicarci anche in una lettera di sostegno. La drammaturgia contemporanea anche qui, al Valle, sta tentando un percorso che dica, con un gesto nuovo, ciò che è mancato fino a ieri. E ciò che dovrebbe essere domani.

  2. Giulio Risi 1 novembre 2011 at 08:28 #

    Ho partecipato agli incontri con Elisabetta e vorrei ringraziarla per la passione

    profusa, per l’amore con cui ci ha aperto le porte del suo micro (macro) cosmo.

    Una perentoria risposta al maremoto della mediocrità umana che ci offende.

    Giulio Risi (o quello delle domande sullo Sprechgesang 😉

  3. Alberto 2 novembre 2011 at 18:10 #

    Sono stato al Teatro Valle, fin dai primi giorni di giugno, quando il Teatro era ai primi giorni d’occupazione, le assemblee erano improvvisate e tutta l’attività di comunicazione del web non era neppure ancora un’idea.
    La sensazione, entrandovi, ascoltando, rimanendo la sera davanti agli artisti che provavano a inventare uno spettacolo e ai macchinisti che si improvvisavano portavoce di un malcontento diffuso, era che lì, tra quei palchetti e quelle poltrone, si facesse la storia. Una storia nuova.
    A distanza di mesi sono tornato io stesso ad esibirmi al Valle, su richiesta e non per amore di esibizionismo (va detto), ma non ho trovato quella stessa atmosfera.
    Ho visto alcuni “più uguali” degli altri, non ho più visto il teatro recitato ma una serie inesauribile di concerti, molti dei quali più da pub che da teatro.
    Sono consapevole che gestire una tale situazione sia molto difficile, ma la bellezza, la gravità e l’evidenza delle intenzioni originali non deve tracimare in una programmazione dove a regnare è la fretta, la sciatteria e l’improvvisazione.
    Al di là dei nomi che pure si sono avvicendati sul palco, quello che fa la differenza tra un professionista e un dilettante è la cura e l’attenzione che questi impegna nel proprio mestiere, che è e resta il primo valore, tutto privato e comune allo stesso tempo, da tutelare.

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