26 Ott

In cammino con il popolo eritreo

Teatro Valle ore 14. Pieno di sole africano. Pieno di nomadi che, chi nasce piantato e grava assai sulla terra, si sforza di definire. Sostantivi coniati, ora volgari ora eleganti, che non riescono a restituire la vita. Perché l’umanità non ha definizione, non ha distinzione, non ha discrezione. È un cammino continuo.

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Si costruisce in cammino. Nei volti che incroci mentre accogli, leggi la tua storia. Ti sembra di conoscerli tutti. Di averli già incontrati. Forse non tu. Forse i tuoi avi. Ti hanno lasciato l’informazione in qualche piega del tuo essere. Non é il dolore, la tragedia, la rabbia che prevale. È questa nascosta informazione di aver condiviso tutto, di aver camminato insieme su questa terra prima che qualcuno si fermasse. Prima che, all’ombra di un albero o di una roccia, la nostra pelle sbiancasse. Le bandiere sono i colori che gli uomini inseguono. I colori sono spesso quelli, messi in forme diverse. Il rosso, l’azzurro, il giallo, il bianco, il verde. Sogni gettati confusamente sugli stracci per gonfiarsi al vento. Vele per muovere l’umanità. I colori da dove vieni e i colori di dove vai. Che coincidono per bizzarria umana. O divina, se tu credi. A guardare bene, vedi quegli occhi che si guardano, che si interrogano, che si riconoscono. E anche tu sei nel panorama di ogni sguardo. Appartieni a quel panorama, lo definisci senza volerlo. Il tuo corpo ferma lo sguardo di un essere umano. Lo obbliga per un momento. Ma non l’arresta. Prevale oggi la pretesa di inchiodare l’umanità. Fissarla da qualche parte. Governare i suoi cammini, i flussi inarrestabili. Nascondere il panorama, stornare gli occhi. È una pretesa che procura dolore, sofferenza, fine. Ma che il vento che muove i corpi e le bandiere spazzerà via. Anche dai ricordi.

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