15 Gen

“L’apprendistato teatrale al tempo dei dilettanti” di Anatolij Vasiliev

“L’apprendistato teatrale al tempo dei dilettanti”
di Anatolij Vasiliev

Da circa quindici anni a questa parte la professione del regista teatrale ha cominciato a mutare. Oggi chiunque può diventare regista. Se non avete altro da fare nella vita, se la vostra donna vi ha tradito, se siete stufi di leggere libri, se la sola idea di viaggiare vi affatica… insomma, se la noia è diventata insopportabile, allora non c’è che da provare a fare il regista teatrale. Nessun problema: andate in un teatro qualsiasi e dite con noncuranza “sono un regista”. Tanto basta a garantirvi una messinscena. Meno sapete fare, meno conoscenze possedete e più sembrerete rassicuranti, innocui, incapaci di piantar grane. Oggi basta avere un paio di ideuzze per farsi strada in teatro. Purché, sia chiaro, non si tratti di idee nuove. A funzionare a meraviglia sono le idee rubate. Del resto, il ritornello della cultura contemporanea è “ruba il più possibile, sempre, ovunque”. L’insalata mista, chiamata pomposamente collage, è il piatto di cui van ghiotti i bulimici postmoderni. Ai miei tempi, nella Russia ancora sovietica, se sapevi molte cose e avevi studiato a fondo le tecniche della tua professione, potevi sperare che forse, un giorno, ti avrebbero affidato una messinscena. Ora la norma è il contrario: gli autori degli spettacoli teatrali sono spesso dei perfetti dilettanti, per giunta molto soddisfatti della propria “geniale” incompetenza. Osservo questo fenomeno un po’ ovunque: in Italia come in Francia, Spagna, Grecia, Russia… Difficile dire quale possa essere la via d’uscita da questa catastrofe che ha investito la cultura teatrale. Almeno questo so: nei momenti difficili, il teatro deve puntare tutto sulla formazione. Nello stato di emergenza, la pedagogia non è un lusso, ma una necessità: a essa andrebbero dedicate le nostre forze migliori. Che sciocchezza credere che si possa imparare a fare teatro sui libri o sui computer: il teatro è un lavoro artigianale, richiede apprendistato, tecniche da trasmettere nel rapporto diretto, per via orale. La Russia, a differenza dell’Italia, vanta una straordinaria tradizione di formazione teatrale. Da Stanislavskij in poi, si è sempre tentato di creare un sistema unitario di conoscenze basate sull’analisi dell’azione scenica e sul lavoro con il testo drammaturgico. Un regista russo, quando se ne riconosce l’autorevolezza, viene invitato dalle accademie a dirigere un corso di formazione di durata non inferiore a quattro anni. Il regista-maestro si mette alla guida di un’équipe di insegnanti di discipline ausiliari (voce, movimento, ecc.), riservandosi gli insegnamenti principali: la regia e la recitazione. In Russia, dedicarsi seriamente all’insegnamento fa parte dell’etica professionale del regista, è un tassello essenziale della sua professione. Da noi, la prima domanda che si rivolge a un regista o a un attore è “con chi hai studiato?”, “chi è stato il tuo maestro?”. Provate a fare la stessa domanda a un teatrante italiano: sentirete una lista di nomi eterogenei, un elenco di stages formato weekend acchiappati al volo. Insomma, un “romanzo di formazione” frammentato, a volte schizofrenico. Inutile dire che tutto ciò si riflette sulla qualità degli spettacoli. A peggiorare la situazione sono i tempi strettissimi della produzione: è fisicamente impossibile creare uno spettacolo decente in cinque settimane di lavoro. E gli spettacoli scadenti formano scadenti spettatori. In fin dei conti, il teatro attuale mi fa pensare a un ospedale che accetta i malati al solo scopo di farli peggiorare in fretta. Chi voglia fare teatro, oggi, deve avere un forte desiderio di cambiarlo: altrimenti è meglio andare in barca a vela. La pedagogia teatrale richiede pazienza e tempo, molto tempo. La mia maestra, Marija Knebel’, ripeteva sempre che non si tratta di formare un regista o un attore, ma una persona di teatro, in grado di padroneggiarne le leggi. L’apprendimento di qualsiasi arte presuppone un oggetto concreto da studiare: nella musica è il suono, nella pittura è il colore, nell’architettura sono il volume, la linea, la luce. Allo stesso modo, esiste uno specifico oggetto dell’arte teatrale: l’azione. E l’azione non è un istinto, ha ben poco di spontaneo: bisogna studiarne le regole, l’articolazione interna, il ritmo. Se un attore ha una idea non etilica di com’è fatta una azione, sarà in grado di conservare la propria individualità lavorando con i registi più diversi: con quelli imperiosi e accentratori, ma anche con quelli svogliati e ignoranti, con i fanatici della forma o con i patiti delle chiacchiere “profonde”. Per garantire all’attore una certa indipendenza, occorre insegnargli a lavorare sul testo, a maneggiare il dramma. Dobbiano ricavare tutte le istruzioni che ci servono dal testo drammatico, come un musicista ricava tutto dalle note, dallo spartito. Il punto è che in venticinque secoli sono stati scritti innumerevoli testi, molto diversi tra loro. Occorre insegnare all’attore a interagire con ogni tipo di testo drammatico, a riconoscere la sua specifica struttura, a sapere che cosa può trarne. È un po’ come la storia di Mosè che colpisce la montagna in un punto preciso per far sgorgare l’acqua: bisogna trasmettere all’attore la capacità di vedere il punto da colpire per far parlare il testo al di fuori dei clichés. Il primo compito di un pedagogo è portare alla luce quel che di singolare e irripetibile vi è nell’allievo. L’individualità dell’attore non emergerà mai, se l’insegnante gli chiede di imitare un modello, buono o cattivo che sia. La scuola basata sull’imitazione, oggi molto diffusa, preclude ogni vera scoperta. In Europa incontro sempre più raramente degli attori con una personalità autonoma. Di regola, vedo un esercito di militi affaticati che chiedono al loro ufficiale verso dove devono andare e contro chi devono combattere. E’ in corso da tempo una orrenda omologazione. Non capisco più chi ho davanti: questo attore viene da Milano o dalla Sicilia? Ha trent’anni o cinquanta? Che tipo di drammaturgia lo attrae? Quali sono i suoi personaggi preferiti? Quando ero giovane, mi è stato insegnato che il regista deve essere un pedagogo per i suoi attori. Del lungo tempo dedicato alla messinscena, egli dovrebbe dedicare due terzi alla pedagogia, cioè agli attori, e solo un terzo all’allestimento vero e proprio, cioè a se stesso. E’ decisivo quel minuzioso lavoro che Stanislavskij chiamava “educazione al ruolo”. Se abbiamo figli, ci preme capire come allevarli: lo stesso vale per i personaggi. Fare il regista significa seguire la gestazione, il parto e la crescita di un personaggio. Autori come Čechov o Pirandello propongono personaggi inediti, tipi umani molto diversi da noi. Per questo è necessario preparare gradualmente gli attori ad accogliere caratteri e comportamenti inusuali. Esiste la realtà della vita e la realtà del dramma. Sono due realtà distinte che non si compenetrano. Potremmo dire che l’arte dell’attore ha qualcosa in comune con il mestiere del traghettatore, di colui che trasporta i passeggeri da un riva all’altra. Chi insegna quella strana cosa che è la “recitazione” dovrebbe mostrare come si realizza questo passaggio. Il paradosso consiste nel fatto che la persona che “traghetta” è sempre la stessa, mentre il punto di partenza e quello d’arrivo variano di volta in volta. Infine, una banalità non banale: ciò che conta nel mestiere del regista e dell’attore è il dramma letterario. Sennonché, nel teatro contemporaneo regna il più grande disinteresse per la parola. Le parole sono diventate vuote, insignificanti, meri pretesti, nella vita come sulla scena. Si sono trasformate in spazzatura infinitamente riciclabile. Più che parlare, travasiamo questa spazzatura da un secchio all’altro. Non stupisce quindi che il discorso verbale abbia perso la sua centralità nel teatro. Non ci si raccapezza più quando si tratta di agire con la parola. Si privilegiano altri canali espressivi, come il corpo o l’immagine visiva. Eppure, la parola è l’apice dell’arte teatrale, il suo nucleo più complesso e affascinante. La sperimentazione nell’ambito delle arti visive ha un limite, i loro mezzi espressivi non sono infiniti, è facile provare la sensazione del déjà vu. Soltanto dove è in gioco la parola, la ripetizione non è mai veramente ripetitiva.

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23 Responses to “L’apprendistato teatrale al tempo dei dilettanti” di Anatolij Vasiliev

  1. eros Salonia 8 gennaio 2012 at 17:07 #

    Buona reazione “contro”. Il problema è che la nostalgia non cambia nulla, anzi conferma la deriva verso l’omologazione. il teatro non è questo o quello, ma questo e quello. Spesso le scuole e i maestri (come per esempio in Francia, dove vivo) garantiscono la mediocrità dell’omologazione. Sono libero ricercatore in teatro alla Sorbona di Parigi, e nulla è oggi più ignorante che la più grande università francese. In Francia si accettano i commenti polemici. Censurerete il mio?
    Eros Salonia

  2. thuline 9 gennaio 2012 at 19:51 #

    Nella storia del teatro europeo, le riforme e le innovazioni non sono quasi mai nate all’interno di contesti accademici, o sbaglio?
    Sono spesso stati i grandi disapprovati e fischiati a scrivere i testi passati alla storia, a creare le messe in scene di cui si parla ancora, nonostante siano passate decine e decine di anni.
    Parlerò degli attori, perchè è quello della recitazione il mio campo di lavoro. E degli attori in Italia, perchè questo è il mio panorama culturale di riferimento.

    Il problema a mio avviso non è il luogo della formazione, ma la qualità stessa di questa formazione, e non sempre viene fornita in maniera eccellente là dove più ci si aspetterebbe di riceverla.
    Ad esempio, è un dato di fatto che grandi attori italiani siano stati rifiutati ripetutamente come allievi dalle scuole d’eccellenza e che altri attori passati alla storia abbiano fatto solo la gavetta nella compagnia teatrale della propria famiglia.

    Ogni percorso dovrebbe avere un cuore, la vocazione dell’attore è inscindibile dalla tecnica. E non tutte le vocazioni possono essere coltivate, visto il numero chiuso delle scuole d’Arte.
    E’ la vocazione a fare la differenza, a mio parere.
    E la vocazione la riconosce a volte il pubblico, a volte il tempo, e a volte la riconosce purtroppo solo il testimone più spesso corrotto: la politica culturale di un’epoca.
    Non credo che si possa parlare di parametri oggettivi eterni, un grande attore dell’ottocento oggi forse non sarebbe considerato tale: troppo eccessivo, troppo impostato, troppe maniere, insomma diverso dagli odierni modelli, forniti anche nelle grande scuole per attori, oltre che dalla televisione.
    E’ ovvio, le scuole devono formare dei professionisti che possano inserirsi nel mercato del lavoro e parte di quel mercato è in gran parte cine-televisivo.

    L’avere dei parametri rigidi crea omologazione, gli attori finiscono per imitare modelli ritenuti culturalmente validi senza declinare i vari modelli in modo personale, in base alla propria persona, al proprio temperamento e sensibilità d’attore, in base alla propria vocazione.
    Non disprezzerei a priori, dunque, “un romanzo di formazione schizzofrenico e frammentato” dell’attore, e per quanto concerne la professione registica,mi permetterei di dire che non sono del tutto convinta che siano “le due ideuzze, magari rubate” a permettere un finanziamento.
    Spesso contano più altre cose per fare teatro e rovinarlo…quelle cose che non vengono citate dall’articolo..appoggi politici, fama del passato che fa vivere di rendita nel presente, amicizie influenti e conflitti d’interesse etc. etc.

    Thuline Andreoni (diploma corso attori presso Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi)

  3. Eros Salonia 10 gennaio 2012 at 01:45 #

    Giusto! E complimenti per i nuovi fermenti che l’occupazione del Valle offre agli utenti: per conoscersi e scambiare opinioni che contraddicano, talvolta, l’ipse dixit dell’autorità costituita. E’ una bellissima azione quella di Vassiliev, una stage senza dubbio interessantissimo per scoprire questo maestro russo di ispirazione Kantoriana. Eppero’ vorrei ricordare che il metodo russo, seppure sia il primo metodo razionale dell’Occidente, è giovane di un secolo. Mentre il teatro ha più di duemila e quattrocento anni. Chi è dunque il maestro, la logica empirica positivista o il cittadino ateniese non professionista che adempiva gratuitamente ai riti teatrali per una durata di qualche settimana l’anno? Quale metodo, se non la coscienza della sua generosa partecipazione a un fatto sociale?

  4. Boaz Trinker 10 gennaio 2012 at 10:31 #

    I would point out that everything Maestro Vasiliev writes about regards first and foremost theatre as an art-form, before theatre as a profession. It is clear from the huge abundance of acting schools/studios/teachers that theatre pedagogy, in Italy and elsewhere, caters much more towards the second, and what is the theatre profession and formation as imitation of successful role-models if not an affirmation of current artistic dogmas and politi-cultural structures?

    Such affirmation can only lead to the decay of theatre as an art-form, being obviously out-numbered in the job-opportunities it offers in the face of other medias that require the talents of actors, directors, writers etc.

    Moreover, it is the negation and ignorance of theatrical tradition that constantly pushes artists to re-define the art, eternally losing its identity as a unique and specific practice. I believe the last thing that can be said about Maestro Vasiliev’s work and teaching, the man who self-imposed his artistic exile from Russia when authorities required him to bend a little, is ‘omologazione’.

  5. Massimiliano Burini 11 gennaio 2012 at 19:10 #

    Sento anche io necessario confrontarmi con il pensiero di Vassiliev. Devo tuttavia fare una premessa. Nel mio percorso di studi come attore posso contare su due scuole,quella russa, grazie al maestro e amico Juri Alschitz, attore di Vassiliev, e della scuola dell’Odin, grazie al mio mentore Francis Pardeillhan. Come attore non credo che i due percorsi siano stati per la mia formazione un ostacolo, ma anzi credo fermamente che siano e sono tutt’ora il miglior percorso che io abbia potuto seguire.

    Rileggendo le parole di Vassiliev, parole che ho sentito pronunciargli diverse volte, a Venezia dove l’ho seguito nelle sue lezioni sia nel 2007 che nel 2009, nutrivo allora ed ora una perplessità. Sentire un grande maestro che pone giudizi di forma sull’arte del teatro mi spaventava e mi spaventa. Credo infatti che la mediocrità non sia insita nei percorsi ma negli uomini che la operano e la accettano. Il percorso di Regia per esempio, è un percorso artigianale, fatto di esperienza, i testi che ne parlano e le scuole che la insegnano non riescono a dare corpo ad un arte cosi complessa. Ecco perche ritengo che l’apprendistato artigianale sia un compito fondamentale per un regista che si cimenti in tale forma d’arte, allora mi chiedo e chiederei al maestro, quando si può iniziare ad agire tale forma d’arte? Concordo con chi parla di talento, ma il talento è una cosa rara, non possiamo pensare che tutti siano in possesso di talento, e soprattutto che ne siano consapevoli.

    Non riesco a percepire nelle parole del maestro un tentativo di riqualificazione del teatro, ma sento velato, un risentimento nel vedere che il teatro volge ad altre forme,diverse dal teatro di testo e dal teatro di regia. Lo sento quando afferma che quando il teatro si deve rifugiare dalla sue lacune, allora diventa teatro fisico o d’immagine tralasciando la parola. Trovo questa affermazione assolutamente errata, visti i grandi esempi di teatro fisico e d’immagine che continuano a riempire i teatri nel mondo.

    La metodologia che segue Vassiliev è assolutamente interessante, tuttavia ha delle lacune profonde a mio avviso. Manca del rapporto con il pubblico. L’azione interiore deve scontrarsi con l’azione, e se quest’ultima non è chiara, allora si perde anche la vita interiore. Nel guardare gli spettacoli di Peter brook, mi rendo conto che l’arte della regia ha delle regole imprescindibili, gli attori di brook vivono dentro ma agiscono in scena. Se si togliessero le parole ad uno spettacolo di brook,le azioni parlerebbero da sole,ho i miei dubbi che accadrebbe lo stesso con quelli di vassiliev. E’ poi mi pongo un problema, può un arte, una pedagogia non mostrarsi al pubblico? Se il Teatro è azione,allora ha bisogno di rivelarsi nella sua forma finita che è la messa in scena. Quello è il banco di prova sia dell’attore che del regista, li e solo li si mostra il genio,l’arte o la mediocrità. Il resto è silenzio.

  6. Nicola Bibi Ciammarughi 12 gennaio 2012 at 16:06 #

    Vasil’ev vuole un conflitto d’incontro, vuole lui stesso mettersi alla prova, in discussione. E’ questa la straordinaria arte che insegna.
    Non nego che spesso le sue sparate provocatorie fanno girare parecchio “le noci”..ma l’incontro è il luogo del dialogo, non il video, la tv, il computer, le discussioni via internet. L’INCONTRO !

  7. Luca Luri. 15 gennaio 2012 at 21:47 #

    Sembra così assurdo tutto questo,
    definiamo tutto con il nome di “maestro”, “metodo”, “scuola”
    “disciplina”.
    Viviamo di falsi miti, accecati dal “fascino” di questi personaggi pieni di verità.
    La ricerca è doverosa, ma come si può imparare dalla presunzione di chi considera giusto il proprio percorso?
    Come si può pretendere di insegnare qualcosa se noi stessi siamo ancora alla ricerca? Quindi vuol dire che nel momento in cui insegniamo è perché abbiamo raggiunto “LA CONOSCENZA” siamo quindi degli illuminati, illuminati che non hanno bisogno di sapere altro..
    Ho incontrato Vassiliev, mi sono approcciato al suo percorso, ho incontrato anche un senza tetto che mi ha parlato di lui, della sua vita, del suo percorso,
    da entrambi gli incontri ho realizzato due spettacoli diversi, la domanda è: quale pensate sia stata un opera teatrale e quale la frustrazione di un uomo?
    Riuscite a vedere, a gustare, a sentire?!.. non c’è formazione migliore della vita che ogni giorno viviamo.
    Non c’è da vantarsi su chi sia il nostro insegnante, dove ci siamo formati, che bella esperienza abbiamo fatto.. quella è maleducazione, mancanza di altruismo, egocentrismo, che ci tiene bloccati in uno stato di limbo, il peggiore, la nostra mente superba.
    Viviamo e prendiamoci un po’ meno sul serio..

    L.L

  8. Anna liverani 23 novembre 2013 at 20:31 #

    Sono d'accordo con Vasiliev sul fare teatro come pedagogia da parte del regista sugli attori e degli attori sul pubblico: l'uso della parola però rimanda alla voce e alla sua modularità espressiva nell'unità di luogo, tempo e azione. Pertanto metterei la voce al vertice dell'esperienza teatrale con scandagli di parole.

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  1. A short intervention on theatre by Theatre Master Anatoli Vassiliev » Rawmatterial - International Artistic Laboratory - 10 gennaio 2012

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