29 Lug

L’occupazione in due cartelle

A più di un mese dall’occupazione, proviamo a fare un punto su un processo che è in corso, complesso e articolato. Proviamo a farlo per chi sta partecipando direttamente e per i molti che osservano e sostengono.


L’occupazione in due cartelle

Il punto in cui siamo.

È il quattordici giugno. Un martedì. Il tredici giugno alle quindici sono terminate le consultazioni referendarie. Il popolo italiano a grande maggioranza ha espresso quattro sì per affermare che l’acqua è un bene comune, per ribadire che – come nell’85 – continua a non credere nel nucleare, per rifiutare una legge ad personam.
È il quattordici giugno, il giorno dopo, quando le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo entrano al Teatro Valle.

Il Teatro Valle è il più antico teatro di Roma, è patrimonio pubblico, ha 666 posti e una struttura a ferro di cavallo, si trova in largo del Teatro Valle, tra il Pantheon e Piazza Navona, tra Campo de’ Fiori e il Senato della Repubblica. È stato un teatro dell’ETI, adesso che l’ETI non esiste più il Valle ha chiuso il sipario da qualche settimana sulla sua ultima stagione. L’ETI era l’Ente Teatrale Italiano, è stato eliminato per decreto perché costava troppo. Spendeva tanto per pagare i lavoratori, spendeva tanto perché si occupava di curare le relazioni con l’estero, di formazione, di nuovi linguaggi, sprecava anche, certo. “Romeo e Giulietta”, fine spettacolo, due giovani amanti morti, dipendenti del Teatro Eti-Valle sul palco, lacrime e applausi, sipario. Domani chissà. Il solito: voci di corridoio, chi sarà il potente di turno? A chi lo daranno? Faranno un ristorante… ma va là. Se lo prende questo, se lo prende quell’altro… quell’altro chi? Quello che si è preso anche quell’altro.

Le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo chi sono? Sono le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo. Sono quelle e quelli che fanno questo lavoro. Qualcuno si occupa di più di politica, a qualcun altro importa solo la ricerca artistica che sta facendo, qualcuno vorrebbe che i teatri fossero tutti pubblici, qualcuno che lo stato uscisse dai teatri e lasciasse scegliere al pubblico, qualcuno va matto per i nuovi linguaggi, qualcun altro vorrebbe vedere una normalissima commedia ma fatta bene… hanno in comune che si lamentano tutti, hanno in comune l’essere in tanti (troppi) ma non riuscire ad essere categoria. Qualcuno di loro ci prova. Studiano il settore, discutono e litigano con i sindacati, si aggregano, aumentano di numero, aumentano di preparazione. La legge sul settore presentata in commissione lavoro non ci piace, non ci riguarda, non ci conosce, sembra fatta per qualcun altro, sicuramente da qualcun altro, il Valle è chiuso, verrà messo a bando, cioè dato ad un privato, verosimilmente il bando sarà truccato, “la cultura non si mangia” e “voi siete degli accattoni” sono in sintesi l’atteggiamento del governo nei confronti di queste lavoratrici e di questi lavoratori.

Quel martedì queste lavoratrici e questi lavoratori entrano nel Teatro Valle. “Come l’acqua, come l’aria, riprendiamoci la cultura”. Cosa vogliono? Restituire al pubblico il Teatro Valle e la Cultura, ritrovare la loro dignità di lavoratori. Sì, ma in pratica? Stasera c’è spettacolo. E che risposta è? È questa: il teatro si apre al pubblico, il palcoscenico agli artisti. Il pubblico entra gratis, ci sono un sacco di curiosi, un sacco di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, gente che era già abituata ad andare al Valle e che ha piacere di continuare, gente che non era mai entrata al Teatro Valle e che finalmente lo fa, turisti, criticoni… sul palco ci sono grandi nomi che portano la loro solidarietà, piccoli nomi che portano la loro Arte, lavoratori visibili e invisibili che si alternano velocissimi su quel palco, 10, 15 minuti e poi un altro ‘numero’, cultura e avanspettacolo, il pubblico partecipa, nel teatro dove debuttarono i sei personaggi in cerca d’autore la quarta parete si fa molto sottile, soprattutto intermittente, come i lavoratori. C’è musica, c’è danza, c’è cabaret, c’è prosa, c’è il pubblico, c’è Teatro.

Di giorno si puliscono il Teatro e gli occupanti, ci si confronta, si studia il presente, si immagina il futuro, si tengono assemblee interne, se ne organizzano di pubbliche. Le assemblee pubbliche sono molto partecipate. Si parla del futuro del Teatro Valle in sé, di welfare, degli altri settori del sapere, di formazione… una sera al Teatro Valle Occupato arriva il direttore del Teatro di Roma. Dice che è completamente d’accordo con gli occupanti, ma gli occupanti non sanno se sono completamente d’accordo con lui. Uno dei pettegolezzi che circolano sul Valle è che lo prenderà in gestione il Teatro di Roma, quindi il direttore cos’è? Controparte? È un interlocutore? Ci piace che lo prenda in gestione il Teatro di Roma? Prima ci vorrebbe un po’ di trasparenza, intanto dovremmo sapere se è vero. Il Direttore dice di no, che non è vero. Lo invitano ad un’assemblea, dice che non può perché ha le prove, ma poi verrà.

La sera il teatro continua ad essere aperto, le serate continuano a registrare pubblico, (gli esercizi commerciali del quartiere fanno ottimi affari), gli occupanti continuano a registrare solidarietà e ricevere pressioni sia dagli amici che dai nemici. L’occupazione deve finire. L’occupazione deve continuare.

La gestione del Teatro passa dal ministero al comune, il Direttore del Teatro di Roma viene in assemblea e dice che il percorso è questo: “Il Teatro di Roma lo gestisce per un anno e poi lo mette a bando, propongo che un vostro rappresentante si sieda al tavolo del comune per definire il bando, chiamo l’assessore, ecco è d’accordo!” E’ il modo per risolvere questo problema, questa emergenza. Ma ormai un po’ di percorso insieme è stato fatto. Non ci sembra che siamo un problema. Rifiutiamo la logica dell’emergenza. Non abbiamo un rappresentante, abbiamo l’assemblea. Non siamo sicuri che il Comune di Roma sia la controparte, siamo invece ormai certi che il Valle vada considerato un bene comune, come l’aria, come l’acqua: rifiutiamo la messa a bando. E quindi? E quindi dobbiamo capire come tutelarlo, qual è il percorso migliore per arrivare ad una gestione virtuosa per il Valle in sé e perché questo sia un esempio per altri teatri.

Scusateci tanto se non stiamo nei tempi della politica dell’emergenza ma per fare le cose bene e in modo partecipato ci vuole un po’ di tempo. Bisogna organizzare dei gruppi di lavoro, consultare i desideri dell’assemblea, elaborare delle proposte, presentarle all’assemblea. È un percorso lento ma crediamo che sia il percorso giusto. Nessuno ha la risposta in tasca. Non c’è un uomo del destino pronto a salvare tutto e non lo stiamo aspettando, pensiamo di fare tutti insieme, pensiamo di farlo con la maggiore partecipazione possibile.

Dopo tre settimane di occupazione presentiamo un programma. È la messa in ordine della scatola dei desideri che abbiamo registrato nel corso di queste settimane. Il Valle deve essere considerato bene comune, la sua gestione deve essere partecipata, la forma che dovrà assumere è verosimilmente quella della fondazione improntata alla tutela del bene comune e alla gestione del teatro, la sua direzione dovrà essere plurale e con garanzia di turn over, ci dovrà essere equità nelle paghe e una politica dei prezzi che garantisca a tutti l’accesso alla cultura, la sua gestione economica ed artistica deve essere votata alla trasparenza per garantire il controllo e la partecipazione della società civile al lavoro del teatro. Avrà una vocazione artistica, si farà promotore della drammaturgia italiana e contemporanea, facendo produzione, ospitalità e formazione secondo un principio ‘ecologico’, favorendo gli scambi con l’estero, e rimanendo aperto ai nuovi linguaggi.

Qualcuno è entusiasta, qualcuno minimizza ‘ci avevamo già pensato noi, adesso uscite e lasciatecelo fare come sappiamo’, qualcuno è scettico ‘bravi, ma come si fa?’, qualcuno non ha capito niente ‘sì, ma tutto sta a vedere chi ci mettono’.

Non lasceremo che qualcuno faccia finta di farlo come sa fare, non ci interessa il ‘chi ci mettono’, continuiamo a studiare il ‘come si fa’. È su queste basi che continuiamo la nostra lotta. Non teniamo il Teatro in ostaggio per rivendicare qualcosa o per farlo pesare in una trattativa con qualcuno. Non c’è niente da trattare. Non abbiamo niente da perdere, abbiamo solo da guadagnarci un teatro più bello. Facciamo questo lavoro dall’interno del Teatro Valle perché questo lavoro riguarda il Teatro Valle. Il Teatro Valle non è un ammasso di stucchi, mattoni e velluti. È il luogo dove chi fa teatro incontra il pubblico del teatro. Ci guardiamo in faccia tutti i giorni. Ci sembra che il Teatro sia contento.

Il Blog dell’Unità diario dal Valle!

 

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