Era un due settembre. Un due settembre come tanti altri se si guardava il cielo. Il sole batteva dritto, le zanzare si iniziavano a far strada tra i vestiti e gli zaini già avevano impresso la forma del viaggio sulle spalle.
Stabilimento Blue Moon, spiaggia libera. Così c’era scritto sul cartello. Era mattina appena fatta e il lungomare d’Annunzio sembrava indifferente al nostro movimento. Bastò davvero poco per riconoscerci, il Teatro Valle Occupato e il Sale Docks. Noi e loro. Due pronomi che non avranno più senso da adesso in poi.
Pochi cenni d’intesa e come fossimo alla prima del nostro spettacolo 
partimmo lievi e decisi. O forse è meglio dire sicuri. Sicuri e legittimati dal nostro stesso agire. Eccolo, un altro teatro, un altro confine immaginario da violare, un’altra lotta, anzi la stessa lotta. La polvere rendeva tutto più bello, più affascinante. Più erotico. Quel teatro era come una donna da spogliare. Da cercare sotto quello strato di dieci anni. Da quel momento in poi non ci furono strette di mano, applausi o pacche sulle spalle. Da quel momento in poi ci fu solo la Rivoluzione. E la nostra Rivoluzione è fatta di scope, pale, cavi elettrici e sudore. La nostra Rivoluzione che s’adagia tra mantegni arrugginiti e carcasse di teatri.
E il Ricreatorio Marinoni rimase ancora per poco una carcassa
di teatro. Noi, avvoltoi al contrario in poco meno di un giorno lo stavamo
facendo vivere di nuovo.
C’erano vecchi pirati che ribadivano se stessi e la loro libertà.
Ribadivano sé stessi e la loro libertà di fronte a certe onde fatte di scelte illogiche
e cannoni puntati all’orizzonte. Noi non puntiamo cannoni, puntiamo noi stessi.
Noi, questi nuovi pirati. Non dei razziatori ma dei contrabbandieri di teatri
Non esistono terre incognite ma noi nomadi della cultura queste agognate terre incognite ce le andiamo a prendere. Le nostre terre incognite sono i nostri teatri lasciati a morire. Le nostre terre incognite siamo noi, ancora una volta ad occupare.
Forse era un azzardo, qualcosa di totalmente irrazionale. Ma noi quando si tratta di irrazionalità e azzardo ci tuffiamo.
E ci tuffiamo tenendo dritta la prua verso Nord, un Nord che sembra ancora più a Nord se conti i chilometri. Ma noi non li contiamo mica, noi respiriamo di vita.
Di quel paradosso spazio/temporale ne facciamo esperienza, mai banale, mai distinta.
Andiamo dritti appresso ad una strada di lamiere passionali e forti impulsi.
Noi altro non è che un pronome invariabile del genere. Noi di noi ne agiamo la collettività. Questo significa riappropriarci di ciò che ci appartiene. Il Teatro Marinoni come il Valle non ne sono che un esempio. C’è voglia di fare, basta farlo.














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