26 Lug

Padrino di un’occupazione

Rafael Spregelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. Forte della sua esperienza, dopo aver vissuto e combattuto la crisi Argentina ci fa da padrino definendo dolce il nostro movimento sovversivo e noi speriamo altrettanto incisivo. Grazie!

 

ARGENTINA

Tristezze

Padrino di un’occupazione

di Rafael Spregelburd 02/07/11

Dopo la crisi del 2001, ho scritto e messo in scena Bizarra, una specie di teatro-novela, un feuilleton romantico-pornografico-politico in dieci ridicole puntate. Erano tempi di tristezze profonde, di cambiamenti veloci. Ogni azione cittadina (come allestire uno spettacolo con cinquanta attori senza sostegni pubblici) sembrava destinata alla stessa pietà e allo stesso scetticismo che il baratto e le assemblee. Pietà: tali atti richiamavano all’adesione, ma anche al riconoscimento del fatto che le rivolte della classe media si affannano per cambiamenti che riparano appena (conservano) la struttura del sistema. Scetticismo: sarà questo – ormai per sempre – l’unico cambiamento possibile? Gli indignati che vogliono abitare La Puerta del Sol senza sporcarla (perché non li si confonda con sovversivi) che vogliono rottamare i politici senza macchiarsi le mani, che vogliono il socialismo con tutti i vantaggi del consumo, che modificano sfumature ma mantengono somiglianze con quel dicembre.
Non è l’unico caso. In Islanda, la presidente Johanna Sigurdardottir ha sottoposto a referendum la decisione riguardo al debito con le banche internazionali: lo deve pagare la cittadinanza o no. I votanti hanno deciso che era meglio di no. Johanna si è sposata con la compagna di tutta una vita, la scrittrice Jonina Leosdottir ed è la prima mandataria a beneficiare di questa legge. Voglio dire che due atti isolati, casuali (il non pagamento di un debito illegittimo e il matrimonio fra persone dello stesso sesso) ci sembrano associati. Notizia e blasone di uno stesso giro verso società nuove ma capitaliste. Sono così le lotte eleganti che fanno i popoli che non fanno rivoluzioni. Sovvertono gli assunti di ordine simbolico invece di prendere le armi e squartare i colpevoli. E aspettano, incrociando le dita, che la realtà si accomodi secondo i loro desideri che si annidano accovacciati nelle parole inventate a tali effetti: uguaglianza, giustizia, democrazia.
Adesso l’Italia. Berlusconi perde i referendum per privatizzare l’acqua, l’aria e adesso la cultura! Il Teatro Valle, nel pieno barocco romano, abbandonato dall’ente che lo gestiva (sospeso da Berlusconi, che non ha bisogno di cultura alcuna), è stato occupato dagli artisti. “Occupiamo il teatro Valle per occuparci di ciò che è nostro”, dicono. Senza patrocinio di partiti politici, si mettono a redigere una riforma del sistema teatrale pubblico e della legge sul lavoro intellettuale (che in Italia fa morir dal ridere). Un altro dolce movimento sovversivo. Uno striscione enorme incornicia l’occupazione, i panflet. È lo slogan della rivolta. Si tratta di una frase della mia Bizarra che traducono nella loro lingua e per il loro tempo: com’è triste la prudenza! Cerco il contesto della frase, ma poco importa. Sono proprio la prudenza e il buon senso le scuse astratte che fanno credere ai cittadini che le loro istituzioni sono l’unica cosa che c’è: le loro banche, i loro organi politici, i loro notiziari e – adesso – i loro teatri vuoti e mal amministrati. Questa settimana sarò in viaggio. Quello che mi attira è forse la vanità: i miei colleghi marciano sotto uno striscione che ho scritto loro involontariamente. Ma mi sento meglio al pensiero che provo più vanità che scetticismo, che pietà.

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