01 Set

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06 Set

Pensieri di un musicista “al macello”

Una viva testimonianza da parte di un compositore che che ha partecipato alla prima tappa del
LABORATORIO APERTO DI COMPOSIZIONE MUSICALE 
(per la composizione delle musiche de Il Macello di Giobbela prima produzione teatrale del Teatro Valle Occupato) e che volentieri pubblichiamo:

 

E poi ti svegli e sai che oggi non dovrai scapicollarti al Valle, con annesso slalom tra prove e concerti già organizzati con un altro gruppo, e affrontare una tre giorni di laboratorio folle e pazzesca, sai che potrai aggirarti per casa tranquillo e sfaccendato nelle prime ore della mattina senza fretta, fare finalmente colazione e permetterti anche una moca di caffè, darle il tempo di prepararsi, gorgogliare e uscire  fragrante in tutto il suo aroma, sai che potrai lasciarti coccolare da tutto questo, con calma.

Eppure qualcosa manca: manca il ritmo forsennato di ore di prova, di brani concepiti modellati creati e messi sul leggio in un battito d’ali, manca il ciuffo dell’indefesso Melozzi a coordinare il tutto e a tirar le fila di un gruppo di compositori, per lo più ragazzetti tanto giovani quanto bravi. Ti manca il suonare come un matto un brano dopo l’altro, senza il tempo di capire cosa c’è scritto, veloce, sul pezzo, giusto il tempo di assaporarne la bontà e già, come nei pranzi di nozze, pronto per la prossima portata.

Senti che ti manca il lavoro degli attori, il loro silenzio così avido di conoscenza e voglia di mettersi alla prova, un silenzio cadenzato dalla voce vibrante e affermativa di un Fausto Paravidino che, se già ho avuto modo di apprezzare attraverso i suoi lavori a teatro, qui ho potuto goderne in pieno e vederlo ‘all’opera’ prima dell’opera (che privilegio per gli artisti poter assistere al farsi di una rappresentazione, musicale o drammaturgica che sia!). E quale piacere: lasciarsi incantare e trasportare dai suoi sentieri emotivi, dai suoi percorsi drammatici, dal suo lavorare e scavare dentro l’attore, in modo micidiale, a volte atroce, con la sensazione di essere sempre sul filo e di assistere alla estenuante spoliazione di una cipolla con il rischio, a furia di tirar via strati, di rimanere con nulla in mano. Ed invece, per incanto, quello che viene fuori è la capacità di un regista di vedere un nocciolo anche dove non te lo saresti aspettato.

E poi il teatro, quel teatro, salire la breve scaletta che porta sul palco, girarsi e provare quel senso di smarrimento e poi di forza, le stesse provate da piccolo la prima volta in un teatro.

Poi gli attori e la musica, il provare assieme, respirarsi, annusarsi, cercando di trovare un ritmo, un flusso comune. E ti rendi conto che quel lavoro costante, quotidiano, necessario di accordarti con il tuo strumento, di intonarti ad esso e con esso, alla fine è lo stesso identico lavoro che siamo chiamati a fare con gli altri, specie se artisti, specie se al Valle.

Insomma è stata un’esperienza densa e vitale, come auguro possano sempre avvenire in un posto così dannatamente prediletto come il Valle.

Grazie a Fausto, Enrico, ai compositori, ai musicisti, agli attori, a Paolo e i ragazzi del Valle, e a tutti i viaggiatori con i quali ho condiviso questa traversata.

 

Riccardo Savinelli, un violista

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