02 Nov

Report presentazione del libro “BENI COMUNI” di Ugo Mattei

Il 19 ottobre al Valle
Ugo Mattei ha presentato il suo manifesto
BENI COMUNI
un libro importante per lotta del Valle
per ripensare nuove e coraggiose forme anche altrove

 

 di seguito potete leggere il report della presentazione fatta al Valle Occupato

 

19 ottobre
Presentazione BENI COMUNI di Ugo Mattei

 

SIMONA Legge pag. 49/50

UGO: questo libro è stato scritto in un momento gioioso, prima della vittoria dei referendum e dell’occupazione del valle. Beni comuni come categoria politica, capace di istituire un’egemonia diversa, con tante persone che lottano per i beni comuni, con un progetto collettivo di fare una cosa buona e giusta insieme. Noi non stiamo volando, ci stiamo schiantando. Dobbiamo essere consapevoli di questo. La società continua ad ignorare le leggi dell’ecosistema e finisce per schiantarsi. Oggi ci troviamo a dover riconvertire il nostro immaginario, abbiamo capito che le nostre risorse sono finite. Quello che colpisce è che il grande dispositivo culturale che c’è ora che ci fa essere degli animali d’istinto acquisitivo di accumulo. Oggi si crede che bisogna ricominciare a crescere, si creano delle categorie che vanno smascherate per quello che sono, stiamo volando per schiantarci al suolo. Chi legge questo manifesto in qualche modo dovrebbe rendersi conto che le categoria del reale sono parte di un’ideologia che deve essere sostituita da un’altra ideologia, quella del bene comune. Chi ha a cuore i beni comuni, vive già adesso in un mondo più bello, che ti gratifica di più, che è anche più sostenibile. La democrazia elettorale si basa su comportamenti irrazionali, il nostro singolo voto non potrà mai essere decisivo, nessuno vince per un voto, eppure andiamo a votare. Dal punto di vista dell’immediatezza è un atto inutile e un aggregato di atti inutili formano un reale politico. Se tutti si comportassero come ci si comporta qui al valle, come ci si è comportati andando a cercare le firme durante i referendum. Questi comportamenti da sognatori, se applicati portano alla realizzazione di qualcosa di diverso, si arriva all’ideologia. Oggi siamo dominati dall’ideologia della non ideologia. Io vorrei che invece si volasse davvero!

MANU: per noi è importante dire che vorremmo riprenderci la facoltà di raccontare il mondo com’è realmente

LUIGI: credo che sia un problema di educazione, tutto parte dalla scuola. Un processo che ancora non abbiamo raggiunto è quello di avere il meglio tutti. C’è bisogno di maggiore consapevolezza nelle persone

ANDREA G.: parlavi del dispositivo di volo, noi qui abbiamo un dispositivo creativo, tutti noi sentiamo un miglioramento esistenziale che è dato dalla fine di questi 40anni. Per lavorare saremmo dovuti passare uno sulla testa dell’alto. Pensi che questa lotta sia un paracadute o un ala che si sta dispiegando.

UGO: non se se sia un paracadute o un’ala, penso che un’esperienza come questa, circoscritta nello spazio, ci dimostra che diventa significativa a causa della valenza simbolica dell’idea LA CULTURA BENE COMUNE. Un grande mercato di lavoro, di partecipazione produttiva, può essere dominato dalla società dello spettacolo, il fatto che queste azioni possano riprodursi è una strategia indicata alla visione ecologica. Sono convinto che manifestare il dissenso in maniera massiccia e breve, serve a poco, anche perché tutto poi dipende dai media. Penso che abbiano forte possibilità trasformativa le esperienze continuative.

LORENA E VALERIO LEGGONO STATO MODERNO E PROPRIETA’

CARMELO LEGGE LE MULTINAZIONALI

PASCETTA: non ho ancora letto il libro, ne ho parlato con ugo in varie occasioni. Non riesco a considerare i beni comuni come oggetto o materia, penso che debbano essere considerati come un rapporto sociale. Ciò che accade qui dentro anche se accadesse in un altro luogo accadrebbe comunque. Pensare ad un’interazione, relazione immediatamente produttiva. Sono, contrariamente a Ugo, un po’ diffidente che sia la natura profonda dei beni naturale un prodotto di natura, c’è un moto sociale, una produzione un moto per il sostentamento. Dobbiamo considerare l’organizzazione sociale che configura anche il territorio. Il fondamentalismo ecologico che la regola è la personalizzazione della natura, su questo mi muoverei con un po’ di prudenza. Non vedo neanche questa grande contrapposizione tra forme di lotta, può essere che i grandi cortei non producano risultati, però lo sciopero ha prodotto delle cose (aumento dei salari, welfare) lo sciopero andava ad incidere sul rapporto di potere, dentro un contesto dello Stato e del mercato producevano dei miglioramenti, più coscienza di sé e del mondo. Anche lì c’è un comune immateriale che è il riconoscimento, magari anche in maniera negativa, il riconoscimento della brutta condizione. L’invito che faccio è di cercare di separare l’idea del comune (dove si vanno a costruire delle cose) ma che è dato dalle persone e non dalla natura profonda degli oggetti. Anche un corteo, chi lo vive da dentro ha una sua esperienza immediata, soggettiva, personale dell’essere lì dentro, un’esperienza propria che non può essere filtrata dai padroni dell’informazione.

ALFREDO MARIANI: volevo rivolgere un invito alla parte più bella, la parte più giovane dell’occupazione. Volevo dire che non è stato sempre così, oggi stiamo combattendo una battaglia che già avevamo vinto negli anni 70. La scuola è stata bene comune e tutto questo è stato eroso. Negli anni 80 chiunque voleva entrare allo stadio per allenarsi poteva farlo, oggi questo privilegio è stato tolto perché privatizzato

LAURA LEGGE UN BRANO SUL LAVORO

MARTINA LEGGE UN BRANO SUL SAPERE CRITICO

UGO: se i beni comuni siano da definirsi. Sono fortemente contrario alla definizione merceologica dei beni comuni. Dobbiamo trovare uno strumentario capace di mobilitarci, in questo momento. Emerge come bene comune qualcosa come oggetto di lotta, è importante poter rivendicare un’idea di cultura che non sia mercificata. La val di Susa è rivendicata come bene comune, perché quel tunnel non sia costruito e venga ad inquinare un fiume. Tante cose diventano beni comuni quando c’è qualcuno pronto a battersi per la loro difesa. Non penso che sia necessario arrivare ad una definizione

ANDREA G.: nella definizione di bene comune, quello che mi arriva è la pratica del bene per la custodia e la riconsegna. E questo non si da in natura, è il contrario, è un sistema di economia ambientale.

UGO: penso che ci sia un aspetto problematico, come configurare il lavoro? Qualche mese fa ha avuto successo lo slogan LAVORO BENE COMUNE, il lavoro è una componente essenziale del bene comune. Un orto non è un lavoro mercificato, è un rapporto qualitativo, una cura più che un lavoro. Lavoro come bene comune mi crea qualche problema, in quanto astrazione e alienazione dalla giornata. Liberare il lavoro dalla sua componente di essere lavoro. Noi siamo ad un livello differente di immaginazione come lavoro come bene comune. Esiste una dimensione in cui puoi diventare produttivo. Fb si è mercificato il rapporto di amicizia, sei convinto di avere tanti amici, invece stai arricchendo Zuckerberg . E’ estremamente difficile rimanere in pace, è impossibile. Non puoi non occuparti di politica, tanto vale svolgere un impegno consapevole, essere attivi, anche faticando per raggiungere un qualche tipo di emancipazione.

SIGNORE: sono d’accordo sul fatto di non stabilire perimetri sui beni comuni. Se siamo d’accordo che la conoscenza sia un bene comune, bisogna tener conto che ha bisogno di risorse finanziarie, mi chiedo se la raccolta delle finanze a sostegno del bene comune sia logico. Tu individui le terre rare che alimentano la maggioranza dei gadget tecnologici che tutti oggi usiamo, come superare la dimensione utopica dell’accezione globale laddove una nazione sfrutta la merce? comunque un bene comune va gestito da qualcuno, come impediamo che una comunità di fiduciari continui a mantenere un bene comune senza metterci gli interessi privati?

UGO: questi problemi che poni non possono essere risolti in astratto solo sotto il nome di bene comune. I beni comuni in astratto come categoria possono aiutare a vincere alcune battaglie. I beni comuni servono a creare una seconda natura, in cui ciascuno di noi diventa allergico a determinate pratiche. A me succede in maniera naturale, oggi non riesco a non usare la spazzatura differenziata, non ce la faccio proprio a gettare tutto in unico secchione. Tu non puoi dire che un teatro va gestito come un acquedotto perché sono beni comuni, quello che ha senso fare è sapere che i beni comuni si schierano contro la concentrazione del potere. All’Università la Gelmini la rende verticistica e crea dei meccanismi per far entrare il capitalismo, invece l’università come bene comune vuole una gestione diffusa e separare in modo netto la ricerca da chi la finanzia. Il teatro valle può trovare dei meccanismi di Governance rispetto alla natura del bene comune. Dobbiamo smettere di imporre dei modelli sclerotizzanti, cercare nuove pratiche. Smaschera vecchie pratiche che precludono dall’imparare luoghi e contesti diversi che possono insegnarci delle lezioni importanti

SIGNORA: dalle letture fatte si è fatto un attacco contro lo Stato. Mi chiedo come la nozione di bene comune incide sullo Stato come tutor del pubblico? quanto assorbente è la nozione di bene comune, come sopravvive la proprietà privata? nella visione romantica criticata, quella sulla natura, si è visto che una visione critica non è venuta fuori. Potrebbe essere questo un punto critico? Trasformarsi in comunità lasciando fuori altre questioni?

UGO: lo Stato oggi non è più rappresentativo del pubblico, i rapporti di forza sono cambiati a tal punto che le corporations e i soggetti privati controllano tutto. Il potere corporate che sosteneva Bush è lo stesso che sostiene oggi Obama. Il rapporto tra stato e potere privato non può essere più assunto dallo Stato. La globalizzazione giuridica ha fatto si che il debole tutelato dalla costituzione non lo sia più, a causa dell’interesse privato. L’immortalità della corporation ha fatto sì che oggi Sacks è più potente dello stato americano. Cambiare il leader non cambia niente, bisogna fare i conti con una realtà altra da quella liberale. Attenzione al descrivere l’altro come oppressivo partendo dal liberalismo occidentale, la cosa da tenere presente è che il rapporto qualitativo era molto più accentuato quando si lavorava la terra. La vita contadina non è alienata, investe sul lungo periodo. I beni comuni devono farci riprendere il momento qualitativo. Non possiamo basarci sull’assemblea totale ma neanche su un piccolo gruppo di persone possano governare tutto un paese.

SIGNORA: vorrei capire se questa nuova consapevolezza, se questo cambiamento avverrà spontaneamente dalla lotta dal basso o deve avvenire qualcosa di traumatico verso chi ci governa?

UGO: posso dirti che normalmente le reazioni rispetto alle crisi profonde avvengono 4/5 anni dopo

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