24 Giu

Tutti i fiumi si incontrano al Valle

Tutti i fiumi si incontrano al Valle

Tutti i fiumi si incontrano al Valle

Teatro Valle Occupato

24 Giugno 2011

ore 16:00

 

ASSEMBLEA PUBBLICA

Tutti i fiumi si incontrano al Valle

Lotte comuni dei lavoratori della cultura

 

 

INTRO Ilenia//Attrice e occupante

Vi proponiamo una serie di interventi di compagni di strada che abbiamo invitato raccontare percorsi di riflessione e di lotta – alcuni già si sono intrecciati in questi mesi, con altri si sta aprendo un dibattito a partire da questa occupazione.

Oggi sperimentiamo un formato di assemblea diverso da quello degli altri giorni. Proviamo ad incontrarci tra diversi settori del lavoro culturale rivendicando una professionalità del pensiero e dell’atto creativo: a partire da noi lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, quindi del cinema, del teatro, della danza, con diverse identità lavorative stabili/intermittenti/precari, artisti e operatori,  rafforziamo incontri sviluppati in questi mesi con il percorso di ACTA, con i ricercatori precari e stabili dell’Università, con piattaforme del cinema indipendente IndiCinema e ne apriamo di inediti con l’esperienza dei cineasti di Secondo Tempo e con gli scrittori T/Q.

Proviamo oggi a interrogarci sulla possibilità far emergere una soggettività politica allargata di lavoratori della conoscenza e dell’immateriale, che si sta formando e che esprime un conflitto, una sorta di primo esperimento per confrontarci sui percorsi, individuare elementi di convergenza e di specificità e vedere se possiamo discutere di autorganizzazione di pratiche condivise.

Partiamo ognuno da autonarrazione dei percorsi, percorsi che lo sappiamo spesso ancora a livello embrionale, cercando di mettere a fuoco gli elementi di convergenza; questa è un’occasione del tutto nuova ed inedita, sicuramente nelle nostre biografie generazionali.

 

Come lavoratrici e lavoratori dello spettacolo autorganizzati ereditiamo un percorso precedente che si è sviluppato nell’arco degli ultimi 3 anni, ma qualcosa di nuovo è nato a partire da Dicembre, quando la violenza dei tagli si è fatta insopportabile e nel paese l’intensità delle mobilitazioni è salita di livello, con un protagonismo sociale che non si vedeva da anni. Da parte del movimento studentesco c’è stata una messa a fuoco della condizione di precarietà diffusa, nelle condizioni di vita e di lavoro. I tagli al Fus hanno costituito una sorta di miccia per il nostro settore, e si è posta la necessità di una reazione che fosse all’altezza della violenza di questo attacco, la necessità di elaborare una autonomia politica su proprie specificità ma fuori da ogni ristrettezza corporativa.

Le reazioni da parte delle istituzioni tradizionalmente preposte alla rappresentanza, i sindacati e le associazioni di categoria, sono state deboli, quando non addirittura complici. Il Sindacato Attori Italiani (SAI-CGIL) ha indetto uno sciopero di lunedì – nello spettacolo dal vivo il lunedì è il giorno di riposo, come se la scuola indicesse sciopero di domenica. Una vera e propria umiliazione, che ha costituito una frattura. A dicembre, all’indomani della finanziaria, sindacati, associazioni di categoria unitariamente alle associazioni datoriali hanno redatto un documento congiunto di richieste al Governo, presentato al Capranichetta proprio di fronte al Parlamento: una sorta di timido e imbarazzante ultimatum che neanche esprimeva quale fosse il termine dell’ultimatum.

In quel momento è emersa l’esigenza di costruire pratiche di lotta più radicali e visibili. Bloccare le produzioni, i set, i teatri, i cinema, bloccare in qualche modo l’industria culturale, facendone vedere i risvolti economici e di interesse, oltre a porre la questione dell’occupazione.

Per noi è stato molto chiaro: nessuno ci rappresenta se non noi stessi. Così è iniziato questo percorso di autorganizzazione che ha portato fino a qui, e si è articolato nei mesi. L‘articolazione politica che noi abbiamo sviluppato si è innestata su due linee: sistema pubblico della cultura e welfare.

Per quanto riguarda il sistema culturale non si è trattato soltanto di dire no ai tagli per difendere l’esistente. Molti di noi appartengono a realtà che provengono dall’autoproduzione e dalla produzione indipendente, dalla sperimentazione, con percorsi professionali ed artistici ibridi, che dunque non dipendono direttamente dal FUS. Ma abbiamo provato ad articolare un discorso che superasse l’aspetto semplicemente quantitativo quantitativo dei tagli o quello generico di difesa della “Cultura” in senso astratto. Attraverso una progressiva erosione e forme di  decentramento del finanziamento pubblico, il clientelismo e le politiche molto precise di dismissione della cultura e dell’accesso alla cultura, si è creato un problema che è un problema sociale, di funzioni che devono appartenere al pubblico. Un esempio è l’Eti, che era l’unico ente in grado di portare avanti delle funzioni a livello nazionale ed internazionale; eliminandolo è stata eliminata una funzione del pubblico. Quindi si è reso necessario un movimento più radicale e profondo: dentro la difesa del pubblico c’è un principio che può aprire una lotta più avanzata che ci sentiamo di dover articolare.

Per quanto riguarda il welfare, problemi fondamentali sono la mancanza in Italia dei diritti minimi e la necessità di elaborare un sistema di reddito che corrisponda ad una elaborazione più avanzata rispetto a quella degli ammortizzatori sociali. Occorre affermare il principio dell’intermittenza, diffuso in Europa e ancora utopico in Italia.

Quindi rivendicazione dei diritti, ma rivendicando anche con forza l’elemento di autonomia artistica ed intellettuale connesso alla continuità di reddito. Un sistema di reddito che garantisce l’autonomia di rifiutare un lavoro dev’essere tutelato per ogni lavoratore dell’arte, dell’intelletto, ricerca.

C’è un’intuizione di una possibile soggettività politica, che su queste questioni sappia costruire un peso politico e condurre delle lotte e vincerle. Riguarda i contenuti e le pratiche. Qui c’è la giusta composizione, anche se neonata, embrionale, per arrivare a questo risultato.

La cultura produce economie, produce ricchezze materiali, che non vengono redistribuite né in forma di reddito né di finanziamento. È l’industria trainante qui in Italia! Dobbiamo lavorare sull’autopercezione, sapere come situarci. Siamo un settore strategico, sia da un punto di vista economico che da quello politico: negli ultimi venti anni c’è stata una fortissima connessione fra la formazione del consenso e la narrazione, la comunicazione, la fiction. Lì ci dev’essere da parte nostra la capacità di evocare il fatto che se noi interrompiamo questa narrazione, si ferma la macchina del consenso. Un’evocazione di potenza.

Il Berlusconismo è stato anche una grande operazione di mitopoiesi, un grande meccanismo di narrazione, che ha vinto. Cos’è accaduto ad Hollywood quando si sono fermati gli sceneggiatori? Si è visualizzata questa industria invisibile, improvvisamente visibile e percepita. Troviamo delle pratiche che rendano visibile questa industria, quali forme potenti, quale forma di sciopero, possiamo riprodurre; occorre un atto di creazione, che è il comune tra l’arte e la politica – sperimentare nuove forme di vita, di lotta. Troviamo una forma che resista agli episodi e sappia trattenere la potenza delle lotte, che sappia colpire questi luoghi dell’invisibile che producono ricchezza e sfruttamento materiale.

 

 

Intervento Cristian Raimo/Scrittore, TQ

Il 29 aprile, presso la casa editrice Laterza, si è deciso di incontrarsi fra scrittori, per vedere se c’era in comune una condizione lavorativa, un risentimento, e ci si è accorti che c’era molto di più, forme di pensiero e di riconoscimento, analisi, progetti. Come è successo qui. C’è una somiglianza di percorsi, è giusto incontrarsi e riconoscersi. Evidentemente la ricchezza che si è avuta in questi mesi è stata quella di ascolto reciproco. Vorrei che fossimo molto ricettivi attraverso gli stimoli.

Provo a mostrarlo attraverso degli slides, dei cartelli.

 

(mostrando i cartelli)

Partiamo da: QUELLO CHE GIA’ C’E’.

Sono dei lavoratori della conoscenza che fanno politica. È qualcosa di inedito, per anni fra scrittori ci siamo accapigliati su questioni specifiche nostre, ma il tempo è critico, la sovrastruttura va indagata insieme con la struttura. Serve mettere in sospensione il nostro lavoro e cercare quali siano le basi per continuare a fare il nostro lavoro come ci piace.

 

LAVORATORI DELLA CONOSCENZA CHE FANNO POLITICA.

Quali sono le direzioni per fare un percorso comune? Ci sono degli elementi che in questi anni ci hanno accomunato: mancanza di riferimenti politici e di rappresentanza, una richiesta di complessità rispetto ad una semplificazione disarmante, una svalutazione dello studio e della cultura.

 

PIU’ COMPLESSITA’ PIU’ CONFRONTO. QUALI FORME?

Per un tipo di organizzazione sia politica che culturale. Il Valle è già un esempio che funziona in questo senso. Anche l’incontro da Laterza; poteva essere solo un convegno e invece ha partorito qualcosa. Elementi da tesorizzare.

 

Scandire in tre momenti le tre problematiche che incrociamo in questa emergenza:

1. DEFICIT DI DEMOCRAZIA

Clientelismo, deficit di rappresentanza, sperequazione. Tante pratiche che sperimentiamo tutti i giorni nei nostri ambienti di lavoro. Incompetenza, questione economica che sfonda la questione democratica (i rapporti di salario sono diventati inammissibili).

 

2. SVALUTAZIONE DELLA CULTURA

Il percorso comune è questo, molti se ne rendono conto sulla propria pelle. Io insegno a scuola e questa svalutazione è diventata organica all’interno del sistema scolastico, è diventata norma (ad esempio i temi che vengono proposti ai ragazzi in forma di articoli giornalistici). Di questa svalutazione fanno parte SEMPLIFICAZIONE VS COMPLESSITà, INCOMPETENZA, LOGICA DEL PROFITTO.

 

3. ROTTURA DEL PATTO SOCIALE

La crescita dell’istruzione non è contestuale a quella del reddito e della cittadinanza. Non è soltanto una questione economica, la mancanza di reddito è molto spesso una mancanza di cittadinanza (vedi questione dell’immigrazione).

 

Rispetto a tutto questo pongo tre questioni:

a. POLITICA DELLA CULTURA.

Verità. Pensiero. Coscienza critica.

Siamo stati per anni a credere a rappresentazioni che non avevano nulla a che fare con la nostra esperienza. Serve coscienza critica. AUTOCRITICA: non possiamo partire da una critica frontale, in qualche modo ci siamo pasciuti e intessuti di formule di potere per vent’anni, non dobbiamo trovare una soluzione nelle forme di intransigenza, dobbiamo saper disinnescare le nostre forme di complicità. ANALISI, NON TESTIMONIANZA: (ad esempio l’articolo di Curzio Maltese sul Valle ha dipinto questa esperienza solo da un punto di vista testimoniale) se sei un soggetto attivo, analitico, non devi vittimizzarti, rivendicare piuttosto l’essere un professionista del pensiero, non un precario e una vittima, scavalchiamo questa concezione. Condividiamo delle pratiche di STUDIO.

b. ORGANIZZAZIONE.

Altro elemento che è mancato in questi anni, che è fondamentale in nome di due binari: UGUAGLIANZA E STRATEGIA POLITICA, EFFICACIA. Negli ultimi anni c’è stata una grande retorica di diritti, democrazia e merito. Attenzione.

c. WELFARE

Il timone è la GIUSTIZIA SOCIALE che per me è articolata in: REDDITO, UGUAGLIANZA, SOSTEGNO ALLA CREATIVITA’. Rispetto alle questioni di METODO altrettanto fondamentali:

– PRINCIPIO DI CARITA’: ognuno di noi è molto scottato nel dare fiducia, ma prima di diventare risentiti e cinici e rinchiuderci in settarismi ed individualismi dovremmo adottare un principio di fiducia.

– AUTONARRAZIONE DI CONFLITTO E MOLTIPLICAZIONE CULTURALE: servono formatori capaci di formare nuove persone. Una moltiplicazione delle competenze del confronto. Serve un passaggio di consegne. Molti di noi sono cresciuti con dei fratelli maggiori piuttosto che dei padri, la generazione precedente non è stata capace di trasmettere un’eredità in qualche modo.

 

 

Intervento Costanza Quatriglio//Cineasta, Secondo Tempo

Il nostro è un gruppo di lavoro e di studio nato dall’incontro del 29 Aprile a Laterza, per cercare di capire potevamo a livello generazionale assumerci la responsabilità di partecipare alla elaborazione di un’esperienza diversa della nostra realtà. Noi facciamo cinema e ci ritroviamo ogni giorno l’ostacolo di che cosa narrare. Per anni la categoria dei cineasti si è rivolta alle istituzioni per cercare di salvare il salvabile.

Il problema che Secondo Tempo cerca di sollevare è quello della narrazione del nostro paese. Ci sono delle regole del gioco difficili da scardinare, ma vogliamo guardare un po’ lontano e capire quale può essere l’obiettivo a lungo termine. Abbiamo un dovere di responsabilità: come narriamo il nostro paese? C’è un’autocensura che deriva dalla ricattabilità di ciascuno. Ci ritroviamo tutto il  tempo ingabbiati in un discorso di mancanza di diritti, di rappresentanza.

Ma forse non ci siamo mai posti noi come soggetto con un grandissimo punto interrogativo davanti. Serve autocritica, dobbiamo riformare la percezione. Come cineasti dobbiamo ritornare ad essere cittadini, a mettere in comune un’esperienza, l’esperienza della realtà. Ormai è un tabù parlare alcuni temi come il lavoro, ma allora di che cosa parliamo, dov’è il paese? Siamo qui oggi per conoscerci ed annusarci, unità ancora embrionale, nata per poter essere aggregante. Non è la censura del mercato, in Italia il mercato non c’è, il duopolio non può essere considerato mercato. Siamo attaccati su tutti i fronti, dobbiamo lottare per i nostri diritti e per il welfare, e formare noi stessi e quelli che verranno dopo alla libertà intellettuale. Ritorniamo a considerare valore la libertà di espressione.

Ora non siamo in grado di gestire l’altissimo livello di condizionamento culturale. La narrazione forma il consenso, quindi occorre riformare la concezione di noi stessi per formare una nuova narrazione, libera e indipendente, plurale. Speriamo di poter essere aggreganti, serve un vero affrancamento dalla mancanza di partecipazione della cittadinanza. Siamo fuori dagli specialismi, è la prima volta dopo tanti anni. Ragioniamo su questo aspetto.

 

Intervento Fabio Massimo//Web Designer, ACTA

La nostra è un’associazione dei consulenti del terziario avanzato. È un gruppo che lavora da mesi, l’11 Maggio abbiamo presentato il manifesto dei lavoratori autonomi di seconda generazione; un tentativo di verificare dei cambiamenti che ormai sono in atto, partendo dallo specifico del lavoro autonomo, cioè dalla partita IVA.

Lavoratori che hanno scelto si essere autonomi, credendo molto nella propria professione. Uno degli elementi che voglio focalizzare è il merito. ACTA nasce dal fatto che il lavoratore autonomo, fino a 20 anni fa, era uno che si giocava tutto il mercato, forte delle proprie competenze; ora la situazione è cambiata, ormai non è più tanto una scelta essere un lavoratore autonomo. Il fatto che si alternino periodi di lavoro a periodi di non lavoro è diventata la prassi. La differenza con i lavoratori dello spettacolo è che i rapporti di domanda/offerta vengono tappati dal sistema “all’italiana”, e dunque a poco a poco anche il lavoratore autonomo va in basso sia da un punto di vista monetario che di forza contrattuale. Dobbiamo recuperare diritti che fino a 20 anni fa potevano non riguardare il lavoratore autonomo, che certi diritti se li pagava. Ora non se li può più permettere, corre dietro ai diritti che erano del lavoratore dipendente.

ACTA deve collaborare e trovare una coalizione. E’ un’associazione composta da grafici, traduttori, giornalisti, operatori sociali, formatori, quindi ha una composizione variegata. Per scelta è vuole essere trasversale.

Arriviamo a parlare di welfare. Al momento c’è in discussione una manovra correttiva che riguarda la gestione separata dell’Inps, fondo creato dalla riforma Dini nel ’95 e che ha progressivamente visto aumentare il contributo versato dal lavoratore. Chiedono che questi contributi arrivino al 33%, come quelli dei lavoratori dipendenti. È una follia ed una cosa sporca: la gestione separata è una truffa. Fondamentalmente avremo pensioni irrisorie a fronte di un contributo altissimo. È una menzogna che il lavoratore dipendente paghi il 33%, in realtà paga il 7/8 per cento, il resto glielo paga l’azienda. Se aumentano questa aliquota di versamento, e se come io spero nell’autunno si arriverà alla lotta, a vertenze, richieste, che venga chiesto che questa aliquota sia abbassata. Io spero che questa sia una cosa che ci possa vedere, all’interno di una coalizione, vicini.

 

Intervento Francesco Raparelli/Ricercatore, Unicommon

Faccio parte di Unicommon, una rete che tiene insieme studenti e ricercatori e che ha animato in questi ultimi due anni i movimenti esplosi nell’autunno 2008, quando è emersa l’Onda. È nata contro i tagli della legge 133, prima legge finanziaria del governo Berlusconi, tagli di 1,3 miliardi per l’Università e 8 miliardi per la scuola. Il movimento è riesploso con grandissima forza in questo autunno per contrastare il Ddl Gelmini, una riforma né ampia nè di respiro, con pochissimo contenuto, ma che ha conseguenze abbastanza gravi. È diventato legge il 23/12/2010, prevede l’ingresso dei privati all’interno dei CDA che gestiscono l’Università. Ci sono dei provvedimenti che interessano alcune delle questioni che sono emerse. Smantellato e distrutto il diritto allo studio. Istituito il fondo per il merito, questione del prestito d’onore attivata anni fa negli Usa, dove uno studente si indebita mediamente di 24 mila euro per iscriversi all’università. Questo debito è stato cartolarizzato, ci troviamo di fronte forse ad una nuova bolla assicurativa, gli studenti continuano ad indebitarsi, cresce la disoccupazione giovanile in America, e un sistema di debiti che non può che tradursi in un sistema di insolvenza generalizzata.

Questa questione del prestito d’onore è legata ad una altro progetto che riguarda l’Università nei prossimi mesi: certi economisti cominciano a dire che visto che non ci sono più fondi per l’istruzione pubblica è necessario alzare le tasse. Il 14 Dicembre in Piazza del Popolo gli studenti portavano questo problema: un’Università che non garantisce più alcuna mobilità sociale; sono stati definiti nuovi filtri e un nuovo processo pesante, molto violento, di esclusione.

È necessario porre la questione del welfare – di come si costruisce un nuovo welfare universale per una generazione mediamente precaria, che dunque riguardi quelle nuove figure lavorative che segnano e definiscono la nostra contemporaneità.

Altro tema molto dibattuto è stata la continuità di reddito. Bisogna cominciare a far pagare la crisi a chi l’ha prodotta, bisogna cominciare a tassare le rendite finanziarie. Economisti su Repubblica scrivevano che per salvare l’Europa servono 500 miliardi di euro, ovvero ciò che l’Europa ha immesso per salvare la crisi. Qui c’è un doppio furto: ci hanno rubato i soldi una prima volta e ora ce li rubano di nuovo tagliando le spese sociali.

Mi sembra straordinario il dibattito di ieri sul Bene Comune qui al Valle, questa è una discussione che riguarda da vicino l’Università. Come si esce da qui con una coalizione? Costruiamo un’alleanza contro la distruzione dell’intelligenza da parte di chi, come Brunetta, ci dice che dobbiamo fare lavori manuali e che di cultura non si mangia.

 

 

Intervento Luca Tommassini/Ricercatore, Coordinamento Precari dell’Università

Tutti questi punti intorno ai quali abbiamo ruotato finora in realtà hanno giustamente sottolineato quelle che sono state le linee direttrici di una crescita che ci ha accompagnato durante tutto quest’anno, accompagnate dall’autunno dalle mobilitazioni studentesche e da quelle operaie.

Il Referendum è stato un momento di rifiuto della privatizzazione e dell’esproprio della ricchezza prodotta da una società. Questi temi sono finalmente al centro del dibattito: partiamo da qui per far fronte ad una realtà che ci sta cadendo addosso.

Ci raccontano che ancora non è chiaro dove, come e cosa andranno a tagliare con questa Finanziaria da 40 milioni di euro. C’è la possibilità concreta che la situazione economica e sociale italiana vada a precipitare. La finanziaria da 40 miliardi sconvolge necessariamente la questione del welfare, come quella dei tagli orizzontali alla sanità. Come soggetto dobbiamo mettere in campo le nostre rivendicazioni, ma essendo capaci di inserirle in un movimento che sappia dire no a questa Finanziaria; e in questo “no” non siamo soli, esiste finalmente una dimensione internazionale che sta emergendo. I giovani che protestano in Spagna e in Grecia hanno precisamente i nostri stessi identici problemi, ed è questa la coalizione a cui dobbiamo tendere.

Questione del debito: da un lato noi abbiamo un problema un po’ diverso, perchè gli studenti italiani per il momento non sono indebitati. In Italia abbiamo piuttosto il problema del debito pubblico. Come possiamo far pagare la crisi a chi l’ha prodotta, cioè ai banchieri, se non dicendo che questo debito non si paga, trovando l’unità di intenti con i giovani greci e giovani spagnoli?

Il nostro compito quindi, a partire dalle straordinarie indicazioni arrivate quest’anno e culminate nel Referendum, è di riaffermare la nostra economia, a partire da un netto no alla finanziaria. Indicare un’uscita dalla crisi senza privatizzazioni e che sappia valorizzare i beni comuni, tra i quali la cultura.

 

Intervento Graziano Graziani//Giornalista, operatore teatrale

Volevo riportare l’attenzione alla giornata di ieri: mentre qui si svolgeva un’assemblea con Ugo Mattei, all’Argentina si svolgeva un evento organizzato da Montezemolo intitolato “Cultura, orgoglio italiano”. Il punto era di salvare il patrimonio culturale italiano che può produrre reddito; c’è un progetto di salvaguardia che verrà approvato in circa 20 mesi.

La gestione pubblica negli ultimi anni ha funzionato nella stessa maniera del privato, con una giurisdizione esclusiva sul bene che viene gestita, negando ogni accesso a questa gestione da parte della cittadinanza. Bisogna reinserire la cittadinanza nella gestione delle politiche culturali. Nell’ambito culturale quasi tutta l’innovazione si è espressa tramite l’associazionismo, e la limitazione che questo comporta è una specie di nanismo. Questo tipo di logica, quella dell’autoproduzione, dovrebbe inserirsi nella politica culturale, svincolata da quella dell’ingerenza politica e partitica. Rompere questo tipo di meccanismo è importante, uscire fuori dalla logica binaria del pubblico e del privato.

 

Intervento Vincenzo Ostuni//Scrittore, TQ

Faccio parte di TQ ma parlerò di numeri. L’ultimo dato sulla spesa corrente italiana tratto da Wikipedia è del 2007, ed ammonta a 608 miliardi di euro di spesa pubblica (al netto delle spese e degli investimenti). Bisogna tener conto di un fatto recentemente appurato da uno studio statistico: quanto costano allo stato italiano l’evasione fiscale, il riciclaggio, parte del fatturato delle mafie, il lavoro nero, la contraffazione, i reati ambientali, i crack aziendali. Le somma di questi danni in termini di minori introiti per l’erario e maggiori spese è fra i 350 e i 400 miliardi di euro. È importante conoscere queste cose per agire con meno sensi di colpa e sentirci in diritto di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.

 

Intervento Stefano Pierpaoli//Regista, Indicinema

Stamattina ho inviato una lettera aperta al sottosegretario – onorevole Francesco Giro, che ora vi leggo.

 

“Onorevole Francesco Giro,

l’occupazione in atto al Teatro Valle è parte di una protesta che si protrae da anni e rispetto alla quale non è arrivato alcun segno di responsabile apertura da parte delle Istituzioni e in particolare di questo Governo.

Ne è scaturita la stessa esasperazione che scorre lungo tutta la Penisola e che coinvolge tutti i settori della nostra società, in un clima di angoscia e di assenza di riferimenti che altro non possono creare se non frustrazione e mortificazione, anche in relazione alla pessima immagine trasmessa da taluni vertici politici che hanno definitivamente abbandonato ogni collegamento con quel codice etico imprescindibile per chi governa la Cosa Pubblica.

Quanto al confronto accennato nel Suo intervento non posso che ricordarle che viviamo in un paese nel quale l’Esecutivo ha ridotto a mero organismo strumentale lo stesso Parlamento, utilizzando i numeri della sua maggioranza per svilire il dibattito e l’espressione della sovranità popolare attraverso una gestione padronale della politica e con operazioni di compra vendita di parlamentari.

In questo triste scenario le opposizioni sono relegate ai margini dell’esercizio democratico ed è venuta meno quella capacità di rappresentanza che dovrebbe garantire il margine di confronto e di legittima proposta che proviene da amplissime fasce di popolazione, ormai chiaramente maggioritarie per quanto espresso nelle ultime elezioni amministrative e nei referendum. Queste sono le condizioni che hanno prodotto lo “zero assoluto” a cui Lei fa accenno, e che spingono i cittadini ad azioni simboliche che hanno lo scopo di recuperare presenza e protagonismo nel governo del futuro di tutti.

In merito alla grave affermazione di “minaccia squadrista” collegata alla protesta manifestata al Teatro Valle Le ricordo che lo squadrismo è un fenomeno legato a un tempo che ci fa ribrezzo e vergogna ed è espressione della repressione violenta e dell’arbitraria sopraffazione, che in nessun modo è accostabile con quanto sta avvenendo nella sede occupata e comunque sempre aperta a tutti i Cittadini sia nella fase dibattimentale che in quella più squisitamente artistica. Lo squadrismo è semmai un metodo più riconducibile a certe pratiche di epurazione e di censura in atto nella televisione pubblica, ma è una suggestione che in ogni caso detesto evocare.

Infine, da Romano, non posso che ricordarLe che questo popolo ha sempre mantenuto una dignità e un profilo estranei a qualsiasi forma di sottomissione, sia nella sua espressione anarchica che in quella “repubblichina” e mai ha accettato padroni non piegando la schiena nemmeno di fronte al Papa Re.

La vicenda legata al teatro Valle costituisce un importante momento di confronto che deve diventare elemento di crescita collettiva e deve essere affrontato con responsabilità e saggezza da parte di tutti.

Proprio in funzione di questo è auspicabile che al posto della provocazione e dell’invettiva si inseriscano strumenti di dialogo e di proposta, rispetto ai quali nessuno deve sottrarsi, soprattutto in un tempo che si sta delineando minaccioso ma che può diventare lo snodo cruciale per la costruzione di una stagione nuova.

Senza più padroni e senza più sudditi.”

 

Intervento Emanuele Cerman//Regista, IndiCinema

Io, da cittadino romano, mi sto sentendo molto indignato per la chiusura del Santa Lucia, ospedale che ospita migliaia di malati. Io ringrazio i ragazzi che stanno occupando questo luogo e li prego di rimanere aperti e in ascolto verso tutti. Noi abbiamo dei doveri, abbiamo fatto in modo che l’Anac fosse schiacciata: cerchiamo di riattivare ciò che funzionava. Torniamo a scegliere dei progetti e dei modelli, a unirci in questo. Lavoriamo sul cinema e il teatro uniti al mondo dell’istruzione, della ricerca. Noi stiamo perdendo il pubblico, perchè nelle scuole stanno togliendo materie come musica, presto storia dell’arte; andiamo i pomeriggi nelle scuole, portiamo la nostra conoscenza. Non rendiamoci inservienti una informazione ingannatrice. Oltre all’autocritica, cerchiamo di sposare dei modelli, non dividiamoci, non disperdiamoci. Iniziamo anche a pensare realmente che per tornare a competere sul mercato estero noi dobbiamo poter tornare a produrre liberamente, privi dalla censura, privi dal duopolio televisivo ecc. Tutti i giornali non fanno altro che riportare le notizie dettate dalla banca centrale europea, questa è una nuova forma di dittatura, dobbiamo essere vigili.

 

Intervento  ospite: Olias Barco, regista di Kill me please

Sono un turista francese, mi hanno spiegato che c’era questa occupazione e mi hanno portato qui. Ho avuto il desiderio di vedere cosa fosse e trovo che sia una cosa coraggiosa. Voi siete gli abitanti di una nazione che è stato l’inizio della cultura da sempre e che oggi è distrutta; in Francia siamo protetti da una politica di protezione iniziata dalla sinistra e che la destra sta cercando di distruggere ma che è un sistema che continua a proteggere la culturale francese, nel 68 c’è stato questo movimento e mi auguro che questo vostro risulti altrettanto importante. La cultura è l’identità di un popolo, uccidendo la cultura si uccide l’identità di un paese; i soldi sono necessari per mantenere la creazione. Le vostre rivendicazioni sono giuste e dovrebbero essere prese in considerazione dai politici di oggi, perchè voi oggi siete la continuazione dell’importanza della cultura; spero che questo si sviluppi perchè è importante per voi. Vive la revolution!

 

Intervento Precari della scuola

Abbiamo collaborato anche con gli occupanti del Valle, il nostro presidio è nato da anni di lotta ed è entrato in una condizione favorevole dopo il Referendum; l’allargamento del presidio è particolarmente favorevole, un allargamento a settori con cui avevamo contatti e discutevamo, che ci ha permesso di compiere un’azione e di avere visibilità. Come qui, lì si è parlato delle cose chiare, limpide, lampanti, che ormai conosciamo tutti. Per recuperare il debito i governi devono tartassare la spesa sociale. La scuola, l’istruzione vengono considerate dalla classe dirigente come totalmente improduttive, perchè formano nel lungo tempo l’evoluzione della cittadinanza, mentre a loro interessa l’involuzione ed il breve periodo. La stessa situazione vale per lo spettacolo e per la ricerca.

Questa situazione porterà ad un aumento dell’età pensionabile, ma prescindendo da questo dato, di fronte ad un attacco del genere serve una risposta adeguata. Il 90% della classe dirigente vuole questi tagli, contro di essa ci dobbiamo alleare con dei punti chiari e semplici. Con coloro i quali abbiamo costruito il percorso ci troviamo martedì al Volturno, vedremo che proposte usciranno, e chiedo a tutti di puntare all’unità, di scordarci le nostre appartenenze. Dobbiamo ragionare sul percorso che abbiamo costruito nel presidio, siamo pronti a questo tipo di esperienza e staremo anche in 2 o 3 contesti, ma quello che chiediamo è che se il punto sono questi tagli, allora noi dobbiamo arrivare con un tempo lungo e complesso ad un movimento unitario, perchè se siamo frammentari questa battaglia non la vinceremo mai. Il senso comune delle masse è da poco tempo contrario alla politica della privatizzazione, dobbiamo essere profondamente consapevoli degli obiettivi e autonomi dalle pressioni politiche.

 

Intervento Claudio Franchi/Ricercatore, Federazione Lavoratori della Conoscenza

Quella che in altri contesti è stata definita una questione generazionale ha bisogno di essere declinata nell’ambito del lavoro e in quello della conoscenza, della cultura. Le persone qui hanno deciso di mettere la propria vita al servizio di qualcosa che per noi è identificabile chiaramente: la conoscenza può essere definita in un solo modo ed è bene comune. Due caratteristiche: ognuno di noi ha la possibilità di crescere e contemporaneamente deve crescere la conoscenza generale. Io insegnavo alla Federico Secondo di Napoli, poi all’Orientale; non ho più intenzione di fare alcuna mediazione né con l’Università né con me stesso né con la società. Ho buttato il mio bisogno di trascendenza nel sindacato, quindi completamente fuori luogo. Perchè io sono in un sindacato? Perchè chiedevo di esistere, pensavo potesse essere non un mio problema individuale ma un problema sociale. È stata la rottura di un patto sociale, un patto generazionale. Probabilmente la generazione che ha preceduto i nostri padri ha avuto il coraggio di affrontare il conflitto coi propri figli, i nostri padri hanno ucciso i loro padri e con noi sono stati accondiscendenti ed affettuosi.

Lavoro, conoscenza e cultura, conflitto. Il compito della nostra generazione è quella di creare e organizzare conflitto. Che tutti i nostri compagni e colleghi in Italia inizino a costituire assemblee come questa. Tutti gli interventi hanno parlato di narrazione, ma a noi non è più dato il compito di raccontare quello che siamo, ma solo di raccontare quello che abbiamo fatto, e questo può iniziare dal Valle.

 

Intervento Andrea Gropplero//Produttore cinematografico

Sono un occupante del Valle. Le pratiche che si stanno mettendo in atto qui e che si sta cercando di condividere a livello nazionale, valgono anche a livello internazionale: qui è anche una delle piazze dell’insurrezione europea, una delle piazze del Mediterraneo. Il discorso generato qui è infinitamente superiore a quello che riguarda la narrazione, siamo parte di una pratica condivisa che genera conflitto nel Paese, che deve portare a farci alzare l’asticella del nostro pensiero, degli obiettivi e delle pratiche. Dobbiamo cominciare a dire che certo, le rendite finanziarie vanno tassate, ma anche che, come Paese, possediamo un patrimonio culturale che deve generare reddito; dobbiamo ricavare denari per sostenere la cultura.

La seconda parte riguarda un altro aspetto della liberazione che dobbiamo attuare nel nostro Paese: veniamo dalla vittoria nel Referendum, ma dobbiamo riprenderci anche l’aria, l’etere, e con la tassazione finanziare operazioni culturali.

 

Intervento Fulvio//Occupante

Questa esperienza è partita dall’autorganizzazione. C’erano dei corpi che avevano bisogno di parlare liberamente, facce che avevano bisogno di vedersi. Crediamo che solo eliminando certe norme si possa ricostruire, sindacato ed altre associazioni purtroppo lavorano soltanto sull’esistente, mentre noi crediamo che bisogni ribaltare tutto.

Il Valle l’abbiamo preso come luogo simbolo, ma noi vogliamo portare un modello di lotta, non resteremo chiusi qua per sempre, la nostra lotta è fuori. Il modello che propone il Valle è che bisogna partire da pratiche forti, la lotta deve essere radicale, individuiamo degli obiettivi da colpire.

Siamo tutti d’accordo sul conflitto? La relazione di ieri di Ugo Mattei può diventare il manifesto di questa assemblea? Possiamo prendere degli obiettivi ed individuare dei nemici comuni?

Il problema è nazionale, stiamo lavorando con dei ragazzi di Milano, e non perchè ha vinto Pisapia allora non esiste la questione; su certe pratiche bisogna trovarsi davvero d’accordo, siamo disposti ad uscire e a fare delle cose in maniera anche violenta? Siamo d’accordo che stiamo proponendo una forma di democrazia diversa, diretta permanente partecipativa, non so come vogliamo chiamarla, ma siamo qui a ridisegnare le regole? Non possono restare solo parole, devono poi esserci dei fatti.

Per esempio vi invito, per quello che riguarda il mio settore, quello cinematografico, a pensare a che cosa si può fare per risolvere in maniera conflittuale il problema legato a Rai Cinema. Stessa cosa per l’editoria: dove possiamo andare a colpire? E’ importantissimo in questo momento essere veloci, essere agili di mente. Non dobbiamo avere paura di fare certe cose, perchè ne abbiamo diritto, è legale quello che stiamo facendo, ci stiamo riprendendo le nostre cose.

 

Intervento  Cristian Raimo

La violenza che rivendichiamo è la violenza della democrazia, la possibilità di connettere il pensiero a delle pratiche, rispetto ad un Paese che molto spesso non rispetta gli uomini (ad esempio  prolunga i tempi di permanenza nei Cie).

 

Intervento Ilenia

Ieri Ugo Mattei ha detto su questo tema della violenza: “Il passaggio da un ordine giuridico costituito ed un ordine giuridico costituente passa attraverso una certa dose di fisicità”.

 

Intervento Costanza Quatriglio

In questo momento, anche se ce l’abbiamo col duopolio, il conflitto non è con Rai Cinema; il conflitto si sviluppa nel tempo, col ragionamento.

 

Intervento Eva

Sono una persona che ha cominciato con l’arte; poi, ad un certo punto, c’è stato qualcosa che non mi è piaciuto, così mi sono iscritta ad una facoltà scientifica. Ora ho la possibilità di osservare questo movimento al Valle, che è una massa in continua espansione. Prima che si arrivi alla dispersione della massa, che è una cosa assolutamente naturale, questa massa si deve esprimere, deve fare un atto di bellezza. Vogliamo vedere le piazze piene, persone gentili disposte ad ascoltare, che gridino il loro messaggio prima della loro dispersione. Il dialogo non è un problema di comunicazione ma di metodo: dire “chi sono io, chi sei tu” è un po’ una fesseria, ha senso chiedersi “che cosa abbiamo in comune”. Come teatranti sappiamo che è la verità la base della nostra finzione. L’arte deve ricominciare a comunicare con la vita.

 

Intervento Isabella//Studentessa e occupante

Dobbiamo creare nuovi criteri di qualità per creare quel sistema giusto che ci autogoverni. Attivare lotte che ci servono per avere voce in capitolo anche mentre lavoriamo. Bisogna fare uno scarto di umiltà, si può narrare i conflitti soltanto vivendoli e poi raccontandoli, bisogna sporcarsi le mani. Parlando alla parte più giovane che c’è qui dentro, io voglio fare un appello a chi è ancora in formazione: questo può essere un laboratorio che può anche creare delle forme lavorative che sperimentiamo sul campo, se cominciamo a mettere insieme le competenze e le differenze possiamo creare il nostro posto nel mondo. Poi magari chiamiamo Ugo Mattei che ce lo scrive in forma giuridica.

 

Intervento Ilenia

Emerge questa necessità di confrontarci sulle pratiche, sull’organizzazione e sul lessico, a cui non siamo abituati. È opportuno che ci diamo un altro appuntamento; ovviamente siamo esposti ad una temporaneità che non dipende solo da noi, siamo in occupazione, quindi continuiamo a difendere questa realtà. Proviamo a capire come organizzarci, con quali forme e quali pratiche, con quale oggetto: probabilmente la nostra capacità di avere un peso politico, quindi entrare in una logica di conflitto e di forza. Costruire delle pratiche per andare a centrare degli obiettivi. Capacità, nel produrre conflitto, di individuare i centri nevralgici della produzione culturale.

La nostra pratica di lotta deve essere capace di creare conflitto laddove si creano ricchezze e sfruttamento, individuare dei luoghi specifici; serve un lavoro di analisi e di immaginario, che è direi quello che sappiamo fare meglio.

 

Intervento Lunetta Savino//Attrice, Movimento Se non ora quando

Politica è una parola seria che va rinominata, ed è quello che sta accadendo qua e che è accaduto anche a noi. Il teatro è un luogo altro, della partecipazione, dello scambio e della parola. Ho sentito molte cose stasera e quello che mi colpisce di più è questa trasversalità che c’è e che è molto importante, l’ascolto delle realtà che non conosciamo. Questa è stata la forza del movimento delle donne, che si è spaccato proprio nel momento in cui si trattava di decidere se entrare nel mondo politico e come entrarci. A Febbraio 1 milione di donne e uomini sono scesi nelle piazze, ora esistono 150 comitati “Se non ora quando”, il 1 luglio scenderemo in piazza per capire quali sono le urgenze vere; tutto parte da lavoro, maternità e corpo delle donne. La riappropriazione di alcune parole come libertà, dignità, amicizia, parole importanti e perse per strada.

Le donne che fanno questo mestiere costituiscono un sottoinsieme di precarietà eletta a massimo sistema. È molto importante arrivare con proposte chiare e non fumose, questa è la sfida del nostro movimento come credo anche di questo, in questo bellissimo teatro.

 

 

Intervento Valeria Cotura//FIADDA

Ho incontrato i lavoratori dello spettacolo al Metropolitan. Da 12 anni porto avanti una battaglia sui sottotitoli. Ieri si è parlato molto del diritto alla cultura: io ho un handicap sensoriale, la sordità, e non ho mai usufruito di questo diritto, non è una cosa aperta a tutte le persone. Ci sono sempre degli “eventi” dedicati alla disabilità, e invece deve diventare parte della quotidianità. C’è un discorso molto complesso sui pregiudizi e la discriminazione. Ho accennato alle barriere culturali e comunicative, ma ci sono anche quelle architettoniche, ho passato una vera odissea nei locali di Roma perchè non si pensa a come superare le barriere architettoniche. Sempre più ci sono atti di discriminazione.

 

Intervento Massimiliano Tabusi//Ricercatore, Rete 29 Aprile

Ci sono alcune questioni di fondo che possono tornare a galla nel momento in cui cercheremo di diventare attivi. Rispetto alla riforma Gelmini, abbiamo cercato di scambiarci informazioni: imparare a gestire l’informazione, a farla circolare, metterla in moto, è fondamentale. Dobbiamo renderla superiore rispetto a quella che hanno i decisori. Nella sostanza abbiamo adottato una strategia tradizionale: incontri, convegni e volumi su cosa stava succedendo con questa legge e le possibili conseguenze. Dopodichè abbiamo messo in campo delle azioni; su questo è fondamentale il contributo fisico, plastico, di presenza. Siamo andati sul tetto della facoltà di Architettura alla Sapienza e ci siamo rimasti per circa 32 giorni. Non siamo andati a rivendicare qualcosa per i ricercatori dell’università, ma eravamo lì per gli studenti, i precari, insieme a lavoratori dello spettacolo che erano con noi. Dobbiamo fare leva sul “girone”.

Punti con cui ci siamo scontrati: il Governo, mentre ieri diceva “noi vogliamo fare questa cosa” e poi la metteva in atto, ora dichiara una intenzione e poi mette in atto l’esatto contrario. Adesso che cosa ci aspetta? Un’umiliazione lunga mesi di informazione strumentale sulla Grecia che cade, per poi convincerci della necessità del nostro sacrificio, quando in realtà paghiamo coi nostri soldi la ricchezza dei pochi. Interesse ed etica pubblica è quello che vogliamo cercare di fare. Il teatro Valle è uno splendido posto per dare il via a questa lotta per la dignità.

 

Intervento Claudia Pratelli//Comitato Il nostro tempo è adesso

Un esperimento di azione collettiva è stata la manifestazione del 9 Aprile. Il tema del futuro e della precarietà riesce straordinariamente a riunificare il lavoro manuale e tradizionale a quello creativo. E invade l’esistenza complessivamente, nell’intimo, nel quotidiano. C’è un elemento di ciò che l’azione collettiva e la capacità di fare rete sconfigge, e cioè la sensazione di nonsenso e di ripiegamento nel privato, e quello spostamento del conflitto dal piano sociale e politico a quello intrapsicologico. L’esperienza che abbiamo fatto ci porta a voler stare dentro e a favorire l’azione di rete. Punto del welfare: abbiamo avuto una enorme problema a dare una definizione di noi.  Occorre affermare la necessaria e assoluta e indiscutibile universalità di alcuni diritti, e continuità del reddito e autonomia e libertà che ne deriva. Motivazione principale: possibilità di scardinare e sconfiggere l’immobilismo sociale di questo Paese. Si esce dalla casa dei genitori oltre i 30 anni, questo determina la possibilità di sperimentare esperienze nel campo del lavoro oppure no.

 

Intervento Elena//Studentessa, Link

La nostra è una rete nazionale presente in diverse università e scuole. Credo che sia fondamentale riuscire a costruire non soltanto una solidarietà fra le diverse lotte, bisogna partire dai contenuti politici, trovare accordi su questo. Che senso ha il sapere come bene comune?

Bisogna fare anche un discorso sulla qualità della cultura, ricercare una connessione forte tra il movimento della conoscenza e quello della cultura. Chi studia nell’università vive la problematicità dell’incertezza del futuro, non si hanno certezze e possibilità di decidere per il proprio futuro. Ripensare la ripubblicizzazione dell’università, non soggetta al profitto, può costruire un fronte di unione delle lotte. Questa società ci spinge ad una conflittualità interna che va superata, occorre costruire una conflittualità che parte da tutti i soggetti sociali e si oppone alle politiche di questi governi. Le mobilitazioni e i referendum di quest’anno ci fanno capire che il consenso della gente non si compra.

 

CONCLUSIONE  Cristian Raimo

La civiltà ad Atene funzionava come qui oggi, quindi siamo perfettamente inseriti in una tradizione di migliaia di anni. Restiamo in contatto, tesaurizziamo il più possibile, cerchiamo di difendere quest’occupazione finchè c’è, perchè in questo momento è un bene comune.

 

APPUNTAMENTO SABATO 2 LUGLIO

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