21 Dic

SENTIRSI A CASA

SENTIRSI  A CASA
Un racconto di Silvia Gallerano

Credo che uno dei meriti del Teatro Valle Occupato sia stato quello di avermi fatto sentire di nuovo a casa mia.423127_510222322335185_906825935_n Potrà sembrare una constatazione personale o di categoria, ma io credo che questa sia una delle dimostrazioni di maggior riuscita di questa occupazione. Una delle rivendicazioni degli artisti che occupano teatri è proprio quella di riappropriarsi a tutti i livelli dei luoghi della loro arte. Che i teatri non siano oggetto di scambio di poltrone o di puro sfruttamento commerciale, che non si pieghino alla moda imposta dai media più forti o all’infinito e mortifero scambio endogeno. Ma queste possono restare solo parole e affascinanti slogan, se non sono tradotti nella pratica quotidiana della relazione con gli artisti che abitano il teatro. Quando si instaura una relazione con il Valle, nulla è dato per scontato: si entra in un contesto di sperimentazione che mette in discussione ogni aspetto della programmazione di uno spettacolo. Si entra in un teatro che è aperto praticamente giorno e notte e ci si trova costretti a ripensare alla usuale relazione con il luogo. Non basta più scaricare, fare il montaggio, debuttare e poi presentarsi ogni giorno due o tre ore prima dello spettacolo e in solitudine prepararsi ad accogliere persone che transitano in questo spazio comune per una o al massimo due ore (ormai fare uno spettacolo che superi l’ora e dieci è quasi considerata un’offesa per la misera corte di spettatori rimasti). Il Teatro Valle pullula di occupanti e cittadini, passanti e curiosi ad ogni ora del giorno. E non una ma parecchie persone sono interessate a sapere quello che faresti tu per riempire le giornate di questo teatro. Programmare al Valle significa assumersi in toto il valore di questa occupazione e tradurla in pratica quotidiana. A volte ci si riesce meglio, altre peggio; ma il valore finale sta nella sperimentazione, e nel distaccarsi finalmente dall’utilizzo utilitaristico di questi bellissimi edifici addormentati. Questi luoghi che sono diventati tempi non abitati, ammuffiti, sempre un po’ freddini e nostalgici, immediatamente riconducibili a un passato affollato e non più attuale. Quando la sera mi preparavo ad andare in scena, e nel silenzio rispettoso di questo antico teatro, che non è morto ma pullula di vita da ogni fessura, scorgevo ogni tanto un volto curioso che veniva a sbirciare il lavoro o a farmi un sorriso di incoraggiamento, ho sentito fino in fondo la potenzialità di questa innovazione. Ho sentito che lo spettacolo che stavamo per rappresentare non era solo nostro (di noi ospiti), ma di tutte le persone che lo rendevano possibile in quei giorni. E questa è la scoperta dell’acqua calda, perché così è e sempre deve essere. Ma qui, finalmente, questo era visibile e sentito. Perché qui veramente avevamo lavorato tutte e tutti insieme. Lo spazio aperto, continuamente attraversabile, si rende più accessibile a tutti, a coloro che amano il teatro ma anche a coloro che non lo conoscono. E il valore restituito a un mestiere, che finalmente viene considerato tale, permette che le serate siano più belle, che, anche quando non apprezziamo poi tanto il lavoro programmato, non possiamo certo negare di aver vissuto un’esperienza: di essere entrati in un luogo vivo, di aver provato quel senso di magia e mistero che lascia il teatro, ma al tempo stesso di non essersi sentiti poi così distanti da quell’essere umano lassù sul palco, che alla fine è uno come me, che si chiede anche lui come abitare questo luogo di incontro cittadino. Questo per dire che il Teatro Valle ha già vinto nella pratica. E questo perchè si occupa della pratica e non solo di massimi sistemi. E racconto questo perché vorrei che gli artisti e i cittadini comprendessero che è già in atto un cambiamento, che non bisogna aspettare un risultato finale, ma venire a dare il proprio contributo. Perché quello che nascerà non sarà altro che la somma di tutto quello che avverrà nel cammino. Che chi passa per questo luogo ha una responsabilità (finalmente!) dopo anni di esilio dai nostri luoghi di incontro. Non siamo ospiti, siamo sperimentatori, inventori, fautori di un diverso stare nei luoghi del teatro. Il movimento è già in atto. Dobbiamo solo entrarci.

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