09 Lug

Théâtre du Soleil, ovvero l’arte della creazione collettiva_Conversazione con Jean-Jacques Lemêtre

Théâtre du Soleil, ovvero l’arte della creazione collettiva
Conversazione con Jean-Jacques Lemêtre
formazione | JEAN-JACQUES LEMETRE | corpo musicale | 3>5 luglio 2013

Incontriamo Jean-Jacques Lemêtre, al Valle per condurre un laboratorio: musicista, compositore, costruttore e collezionista di 2800 strumenti di ogni epoca scovati in ogni angolo del mondo, è figura emblematica del Théâtre du Soleil – fondato e diretto da Ariane Mnouchkine – di cui cura tutte le composizioni musicali da oltre trent’anni.
È l’occasione per ascoltare un racconto in prima persona dell’esperienza della storica compagnia simbolo della contestazione del Maggio francese e collettivo di artisti dal forte segno politico e interculturale. Nata nel 1964, si costituisce come cooperativa in cui tutti i membri hanno pari diritti e doveri, sia nell’ambito della gestione amministrativa che in quello della creazione artistica, un collettivo teatrale i cui membri ricevono tutti lo stesso salario. La direzione è quella di un teatro popolare impegnato a recuperare il rapporto vitale con il pubblico. I principi ispiratori: Vilar, Brecht e Artaud.
Inizialmente nomade e senza fissa dimora, dal 1970 il Théâtre du Soleil ha la sua casa alla Cartoucherie, una fabbrica di armi abbandonata alla periferia di Parigi: lo spazio, dapprima occupato, è diventato negli anni sede di cinque teatri, indipendenti gli uni dagli altri. Un universo poetico e un’officina creativa e organizzativa.

TVO_Proprio in questi giorni – dopo due anni di occupazione – stiamo provando a ultimare lo Statuto della futura Fondazione Teatro Valle Bene Comune, immaginando un’istituzione nuova che possa diventare un modello nel sistema culturale, basato sul comune e sulla cooperazione. Il Théâtre du Soleil nasce con una forte spinta sovversiva ed è diventato un riferimento in tutto il mondo, un’istituzione generata e vissuta da artisti. Ci racconti com’è iniziato tutto e come si è sviluppato nel tempo?
Il Théâtre du Soleil l’anno prossimo compie cinquant’anni. Inizia a far parte di ciò che possiamo chiamare “vecchio teatro”. Siamo una troupe: la differenza dalla compagnia è che in una troupe le persone sono molto più solidali tra loro.
Giuridicamente siamo una SCOP, una società cooperativa operaia di produzione. Riceviamo una sola sovvenzione dallo Stato di 1 milione e 200 mila euro all’anno. Così copriamo cinque mesi di lavoro, ma facciamo le prove per nove, dieci, talvolta undici mesi. Dunque abbiamo dei problemi economici, ma non accettiamo altri finanziamenti da sponsor e mecenati, perché lo Stato ne approfitterebbe per dire: il Théâtre du Soleil fa così, allora fate così tutti. In Francia siamo solo 8 troupe che abbiamo questo tipo di sovvenzione. Abbiamo chiesto di avere meno soldi delle altre troupe per non avere l’obbligo di creare un numero fissato di spettacoli l’anno. Dobbiamo creare un’opera ogni due anni e mezzo.
Faccio parte del Théâtre du Soleil da trentasei anni: in questi anni il periodo di prove è stato da un minimo di 6 mesi a un massimo di 12 mesi. Finite le prove recitiamo circa due anni nel nostro teatro e poi tournée all’estero. Da un po’ di tempo abbiamo iniziato a cercare delle coproduzioni che funzionano come preacquisto: le realtà acquistano prima di conoscere lo spettacolo. Non c’è alcun altro tipo di sovvenzione diretta. Adesso la garante economica è Ariane Mnouchkine, dopo che per anni era stato suo padre. Ad ogni spettacolo lei ipoteca la sua casa, alla fine dello spettacolo l’ipoteca viene rimborsata. È un modo per trovare dei soldi in maniera indipendente.
Quando andiamo oltre i cinque mesi di prove, superiamo la copertura della sovvenzione e paghiamo gli interessi alle banche. Ci sono alcuni di noi che durante le prove accettano di non essere pagati e prendere tutti i soldi alla fine della spettacolo.
Io ad esempio dò tutti i miei diritti di autore al teatro e in cambio tutti gli strumenti che utilizzo sono miei. Da qualche tempo la Biblioteca Nazionale prende accessori, costumi, scenografie per salvaguardarli. Per molto tempo abbiamo pensato che il teatro fosse effimero e non lasciasse alcuna traccia. Non c’è alcuna traccia degli spettacoli più importatni, il  ciclo di Shakespeare e il ciclo degli Atridi. Da un po’ di tempo abbiamo iniziato a parlare della questione della trasmissione, visto che iniziamo ad avere una certa età: abbiamo nominato un codirettore amministrativo che ha la responsabilità e la firma del Théâtre du Soleil oltre Ariane.

TVO_Abbiamo occupato il Teatro Valle rivendicando la nostra condizione di “lavoratrici e lavoratori” dello spettacolo. Dopo due anni pensiamo sia un segno importante sviluppare al Valle un modo nuovo di produrre opere e organizzare il lavoro creativo, senza creare gerarchie di ruoli o tra lavoro tecnico/creativo, materiale/immateriale. Quest’anno con gli artisti e le compagnie abbiamo abbiamo ideato dei modi per rimborsare spese e compensi decisi insieme e ora stiamo discutendo su come rafforzare questo aspetto e osare molto di più: paghe, economie, lavoro e tempi autogestiti, mutue collettive. Voi come vi siete organizzati al Soleil?
Prendiamo tutti lo stesso stipendio: 1.800 euro al mese. Non è molto per Parigi… però possiamo mangiare in teatro mattina/pranzo/cena, dunque è come se le persone avessero 2.400 euro. Ci sono attori che prendono l’intermittenza, circa 450 euro al mese in più. Allora 2.800 euro al mese comincia ad essere una cifra interessante, sostenibile. La differenza rispetto ad attori molto ben pagati è che da noi una produzione dura 4/5 anni, c’è una garanzia di continuità.
Stesso salario per tutti, qualunque sia il ruolo: gli attori, i tecnici, il regista, chi pulisce il teatro, chi lavoro in cucina.
Paghiamo un affitto simbolico all’anno al Comune di Parigi. Le bollette le paghiamo noi. Ultimamente abbiamo ricevuto  un aiuto dalla Regione esclusivamente per la tecnica e per acquistare dei proiettori.
Quando siamo in creazione, arriviamo fino a 110 persone; quando siamo in produzione siamo in 75 persone. Ecco perché costiamo tanto: è l’alloggio di 75 persone più il viaggio. Non accettiamo meno di 10 repliche su ogni piazza, sarebbe impossibile stare meno.
L’ufficio è composto da chi si occupa dell’amministrativo, un direttore tecnico, un responsabile del dipartimento archivio e libreria, e poi relazioni col pubblico, relazioni di Mnouchkine con la collettività, una persona per il lavoro web. Poi abbiamo l’atelier che lavora ferro e legno; musica e fonica, la cucina, la cura dello spazio esterno e del parco, gli attori, i tecnici attrezzsti e macchinisti che lavorano sul palco, elettricisti, uno sculture di maschere e poi tre attori che fanno la scenografia.
Tutti i ruoli sono aperti a tutti, compresi l’ufficio la tecnica e la cucina. Alcune persone si sono ritrovare a recitare in scena in ruolo importante dopo aver svolto per anni tutt’altra attività dentro il teatro. Abbiamo 31 nazionalità differenti, che significa 31 culture diverse, 31 cucine diverse. Se vuoi fare la cucina, vai e ti offri a cucinare quel giorno. Tutto è fatto da tutti. Non ci sono ruoli fissi per sempre. Qualcuno è direttore tecnico ma anche attore. Gli attori sono gente strana, ma non ci sono attori ad una parte e i tecnici dall’altro: è tutto mescolato.

TVO_È un’urgenza che sentiamo molto forte in Italia: ricostruire un rapporto di forte complicità con il pubblico, rimettere il teatro, le arti al centro delle vite delle persone. La necessità di un cambiamento culturale – profondo, radicale – al tempo stesso poetico e politico. Il  Théâtre du Soleil ha fatto di questa tensione una vera e propria vocazione: quali sono le vostre pratiche di relazione col pubblico e la città?
Riusciamo a decidere di avere poche sovvenzioni esterne perché ogni sera riempiamo il teatro. Negli anni abbiamo fatto un lavoro profondo di costruzione del pubblico: tutti i professori di teatro, di francese della scuola pubblica sanno quello che facciamo, sono invitati a discutere con noi e sono i primi a sapere la prossima piece. Sono loro che riservano i posti per i loro studenti: metà del pubblico entra con speciali tariffe per gruppi. Anche per i biglietti singoli ci teniamo a tenere i prezzi più bassi possibile. Per una famiglia intera una serata a teatro sarebbe troppo costosa: lo spazio è fuori dal centro, c’è il costo del trasporto, del biglietto e poi della cena per tutti. Teniamo molto bassi anche i pressi dalla cucina: un piatto costa 6 euro, una birra 1 euro.
Ci sono persone del nostro ufficio che lavorano esclusivamente sulla ricerca del pubblico. Quando arriviamo alla prima i soldi sono finiti, rimane poco per la pubblicicità, dunque facciamo molto affidamento sul passaparola. Mandiamo una lettera a casa per raccontare quello che facciamo. È importante perché stiamo fermi molti mesi per le prove. Il 2 giugno abbiamo mandato una lettera in cui dicevamo: siamo nella merda, dovevamo debuttare a giugno, ma non siamo pronti e debutteremo a settembre.
Abbiamo una politica di accoglienza molto forte. Il pubblico può arrivare un’ora prima dello spettacolo e ogni sera è accolto da Mnouchkine che fa il rituale dell’apertura del cancello della Cartoucherie e accoglie  gli spettatori uno ad uno. Il pubblico può andare a cenare o andare a vedere gli attori che si preparano: è tutto a vista. Così anche le persone si preparano emotivamente a ricevere lo spettacolo dopo aver attraversato il traffico, la città. Per ogni spettacolo modifichiamo completamente lo spazio teatrale, rifacciamo anche la sala e la disposizione della platea. Le persone ogni volta riscoprono un nuovo Théâtre du Soleil. Quando arrivi in un teatro all’italiana, sai già tutto, vai subito a prendere il posto. Da noi cambia sempre.
C’è un luogo di lettura a disposizione di tutto il pubblico: le persone possono nutrirsi di tutto ciò di cui noi ci siamo nutriti per costruire lo spettacolo.
 
TVO_Da come ci parli e dai vostri lavori sentiamo che la spinta politica iniziale è ancora viva, quell’atmosfera di contestazione e di trasformazione che caratterizza il Soleil…
Tutte le mattine c’è un’assemblea della troupe per discutere: cosa non va nel mondo, cosa non va in Francia, cosa non va qui da noi. Cerchiamo di dirci tutto subito. Viste da fuori sembrano delle riunioni di indottrinamento alla cinese. Durano il tempo che ci vuole per mettere a posto le cose, 5 minuti o 5 ore. Ovviamente ci sono cose di cui alcuni non si rendono conto da soli e bisogna parlarne insieme. Ci sono dei giovani, degli stranieri che non sanno per forza cosa succede in Francia. Ci sono persone che arrivano dal Brasile: cosa vuol dire per loro l’estrema destra? Niente. Allora qual è l’apprendistato? Capire cos’è fascista, spiegare quali discorsi sono discorsi fascisti. Noi abbiamo attraversato il Sessantotto e abbiamo una regola: i fascisti fuori dal teatro. Le Pen padre buttava solo merda, la figlia è più intelligente, vuole il potere: è un avvocato, parla molto bene. Se non fai attenzione alle piccole cose non ti rendi conto di niente.
 
TVO_Anche su questo ci stiamo molto interrogando: come creare una politica delle residenze e delle ospitalità, in modo che il Valle possa diventare uno spazio di creazione in cui gli artisti possano decidere le condizioni, i tempi, le forme per mettere al mondo un’opera o un frammento di essa? Oltre alle vostre produzioni, come vi rapportate con altre compagnie e artisti? Riuscite a sostenere altri progetti?
Per molto tempo siamo stati solo noi, era un’urgenza. Ora ci sono persone che sono i figli degli attori del Soleil, che vogliono fare le loro cose. Abbiamo istituito un Festival che si chiama Primi Passi, per dare modo alle giovani compagnie di iniziare con tutti i mezzi professionali di un teatro. Non esiste da nessuna parte in Francia. Apriamo il nostro atelier e mettiamo a disposizione gli strumenti musicali. Là c’è lìelettricità, l’amministrazione laggiù: ecco il nostro spazio. Ma dovete prendervi cura del teatro. Queste sono le nostre leggi e diventano le vostre leggi, dopodiché create liberamente.
Non riusciamo a finanziare direttamente altri progetti, ma cerchiamo e aiutiamo a cercare finanziamenti. Le giovani compagnie possono utilizzare tutti i nostri strumenti, lo spazio, il riscaldamento gratuitamente, senza pagare affitto. Così diventiamo una sorta di co-produzione. Mettiamo in condivisione tutte le nostre relazioni e il nostro indirizzario. Ci siamo accorti che il teatro si deteriora più facilmente quando non c’è nessuno che quando ci sono molte persone. Ospitiamo rifugiati politici, stranieri sans papier. Li paghiamo col denaro in nero: la consideriamo un’illegalità minore rispetto alla mancanza di diritti.

 

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  1. L’arte della creazione collettiva | Spazio alla musica - 21 luglio 2013

    […] una conversazione con Jean-Jacques Lemêtre pubblicata integralmente qui sul sito del Teatro Valle […]

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