19 Ott

UN BÈS – ANTONIO LIGABUE di e con Mario Perrotta 17-20 ottobre 2013 Teatro Valle Occupato

ALTRESISTENZE duemila13 duemila14 
Apertura stagione

ANTEPRIMA ROMANA
17 | 18 | 19 ottobre ore 21.00 
20 ottobre ore 17.00

UN BÈS — Antonio Ligabue 
spettacolo di e con Mario Perrotta 
collaborazione alla regia Paola Roscioli 
collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini 
foto Luigi Burroni 
organizzazione Stefano Salerno 
progetto in collaborazione con Teatro Sociale di Gualtieri / Comune di Gualtieri / Festival internazionale di Arzo (Svizzera) / Associazione Olinda / Centro Teatrale MaMiMò / Ars — Creazioni e Spettacolo / dueL / Compagnia DéZir (Belgio) / Fondazione Archivio Diaristico Nazionale / Sinapsia

Un bès è il primo spettacolo della trilogia Progetto Ligabue che ruota intorno alla figura del pittore Antonio Ligabue e al suo rapporto con i luoghi che segnarono la sua esistenza e la sua creazione artistica: la Svizzera, dove nacque e visse fino ai diciotto anni; il territorio di Gualtieri (RE), sulle rive del Po; le sponde reggiane e mantovane dello stesso fiume, dove produsse gran parte dei suoi quadri e delle sue sculture.

“Un bès… Dam un bès, uno solo! Che un giorno diventerà tutto splendido. Per me e per voi”.

Provo a chiudere gli occhi e immagino: io, così come sono, con i miei 40 passati, con la mia vita — quella che so di avere vissuto — ma senza un bacio, Neanche uno. Mai. Senza che le mie labbra ne abbiano incontrate altre, anche solo sfiorate. Senza tutto il resto che è comunione di carne e di spirito, senza neanche una carezza. Mai. E allora mi vedo — io, così come sono — scendere per strada a elemosinarlo quel bacio, da chiunque, purché accada. Ecco, questo m’interessa oggi di Antonio Ligabue: la sua solitudine, il suo stare al margine, anzi, oltre il margine — oltre il confine — là dove un bacio è un sogno, un implorare senza risposte che dura da tutta una vita. Voglio avere a che fare con l’uomo Antonio Ligabue, con il Toni, lo scemo del paese. Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva di essere un rifiuto dell’umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l’anima: l’artista sapeva di meritarlo un bacio, ma il pazzo, intanto, lo elemosinava. Voglio stare anch’io sul confine e guardare gli altri. E, sempre sul confine, chiedermi qual è dentro e qual è fuori.
Mario Perrotta

ateatro — Annamaria Monteverdi 
Lo spettacolo interpretato dallo stesso Perrotta solo in scena, è poetico e toccante, profondo e drammaticamente vero, bello da stringere il cuore. La storia è raccontata dalle parole di Ligabue in quel dialetto sporco tra l’emiliano e il tedesco che gli abitanti del paesino di Gualtieri, paese d’adozione del pittore naif nato in Svizzera, erano abituati a sentire dal “matt”. […] Recitare e disegnare in un unico slancio: in questo contemporaneo e difficilissimo sforzo creativo Perrotta dà volto e parole alla follia, all’artista muto, agli incubi di solitudine. Come per il teatro antico l’interrogativo è ancora lo stesso: si può dar forma al dolore? Gli spettatori assistono alla scatenarsi di un destino umano nel breve succedersi di eventi e vengono così, fatalmente proiettati all’interno dell’infelice condizione del protagonista.

Il Sole 24 ore — Renato Palazzi 
Perrotta evoca lo stato di straziante solitudine che segna Ligabue nel suo vagare fra gli argini del Po. L’attore si inventa una straordinaria maschera verbale, un delirio ossessivo — tanto più intenso in quanto lui, pugliese, lo scandisce in una febbrile parlata emiliana — che getta una luce livida sullo sguardo che il mondo rivolge al “diverso”, al non-omologabile, seppure artista geniale.

La Repubblica — Rodolfo Di Giammarco 
Un bès — Antonio Ligabue è il primo dei tre movimenti dedicati all’infinita solitudine e diversità dell’artista. Perrotta con bell’istinto disegna dal vivo e plasma bene tiritere stralunate e terragne che trasmettono la bellezza del disincanto, della felicità perduta.

Il Corriere della Sera — Magda Poli 
Lo spettacolo offre un ritratto palpitante di un artista e di una vita solitaria, selvatica, percorsa da incubi che grazie ai pennelli si trasformavano in fantastiche visioni.

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