newhome

10 Lug

ELOGIO DELLA PRECARIETA’

 

Tanta persone che passano al Valle Occupato lasciano pensieri…

 

ELOGIO DELLA PRECARIETA’

 

Ho trascorso un pomeriggio al Valle occupato e ho assistito a qualche serata. E’ bastato per appassionarmi al punto di dire che ero drogata di Valle! Mi sono chiesta se si trattasse di nostalgia di assemblee o di occupazioni sessantottine. Azzardo del destino, mentre scrivo, mi giunge la mail di un compagno di classe del Berchet di Milano, che non vedo da 40 anni, il quale, sollevandomi tra le braccia, mi aveva salvata da una carica della polizia che stava sfondando le porte del Parini occupato. Ne ero uscita con un dito rotto, anziché fracassata di botte.

Il solito 68 che si riaffaccia! Inevitabile pensiero. Ma oggi non è come allora. Voi non siete degli studenti, siete dei lavoratori: alle prime armi o vecchi animali di palcoscenico. Ciò che oggi avviene, seppur sia inevitabile l’eco di altre proteste e rivendicazioni, non è carico di ideologia come lo era allora, sono anche venuti meno gli ideali che accendevano grandi passioni che avrebbero provocato grandi disastri, se non tragedie. E’ diverso oggi, ma dalla platea del Valle ho respirato desiderio ed entusiasmo, come si respirava allora, sensazioni inedite, di questi tempi, o che sembrano obsolete.

 

Un giovane regista francese, giunto a farvi visita nei panni del turista, dopo aver elogiato e incoraggiato la vostra iniziativa, da buon francese non ha potuto esimersi dal darvi l’imprimatur. Come a dire: se ve lo dice un francese, allora tutto quanto avviene al Valle è carico di significato, ha un valore. Mi ha irritata non poco. Ha tirato fuori Nanterre – dovete sapere che nel 68… a Nanterre…ecc… ecc… Ha voluto insegnarvi qualcosa, come se da noi nel 68 non fosse successo niente. Gli eventi di Valle Giulia presso la Facoltà di Archittettura a Roma – menzionati da Pasolini con un certo sarcasmo, quando gridava agli studenti del Tasso, “bigotti e omofobici” ma emuli degli studenti universitari: “Vi odio, cari studenti!”, perché gli avevano chiuso in faccia le porte del liceo -, insomma tali eventi hanno addirittura preceduto Nanterre.

 

Succedeva qualcosa d’importante anche da noi, ma gli Italiani non sono, per natura, portati a sostenere il valore di ciò che fanno o pensano. Italo Svevo lo diceva a proposito degli scrittori. Siamo inventori noi, siamo poeti e prestigiatori, lanciamo idee e  consumiamo passioni, siamo astronomi e navigatori, siamo migranti e accogliamo migranti, siamo anche furfanti. Per questo, forse, passiamo velocemente ad altro, ci disperdiamo e disperdiamo saperi dai nostri confini esposti e labili, mantenendo così un certo disincanto che non ci costringe a credere troppo nelle cose, né ad autocelebrarci, come sano fare i francesi. Del resto, per celebrare il Risorgimento abbiamo dovuto prima respirare strani fumi fascisti. Forse siamo così perché non abbiamo avuto un tipo come Voltaire o Cartesio, ma questa pecca ha qualcosa di buono: ci permette una certa dimestichezza con la precarietà. Non intendo semplicemente la precarietà materiale, di cui altre popolazioni sono più esperte di noi, ma la precarietà che rende la nostra mente inventiva, elastica, capace di trovare soluzioni singolari a partire dal nostro equilibrio instabile.

 

Detto agli occupanti di un Teatro, i quali rivendicano i diritti fondamentali che assicurano almeno la sopravvivenza, può sembrare strano fare l’elogio della precarietà.

Ecco, allora, giunto il momento di tirare giù un altro francese: un tipo singolare; uno che voleva sapere da Cohn-Bendit, studente della famosa Nanterre(!), quali fossero gli obiettivi del Movimento studentesco; uno che ha interrotto il suo seminario sull’”Atto analitico” per rendere omaggio a Dany le rouge, rivolgendosi così ai suoi studenti: “Mi sto ammazzando per dire che gli psicoanalisti dovrebbero aspettarsi qualcosa dall’insurrezione e ce ne sono che ribattono: che cosa si aspetta l’insurrezione da noi? E – continua – l’insurrezione risponde: ciò che ci aspettiamo da voi è di aiutarci a lanciare delle pietre”.

Questo francese singolare era Jacques Lacan, uno che non dava l’imprimatur a niente e a nessuno; uno che ascoltava, e ascoltava bene, e per ascoltare stava da una sola parte: quella dell’inconscio; uno che concludeva il suo discorso agli studenti sottolineando che il lastricato e la bomba lacrimogena non facevano altro che riempire la funzione dell’oggetto, da tutte due le parti: dalla parte degli studenti, le pietre, e dalla parte dei poliziotti, i lacrimogeni.

Ma che cos’è questo oggetto? E’ lo scarto di ciò che il linguaggio non riesce a stringere e a dire; è, in un certo senso, il plus valore di Marx trasportato nella psicoanalisi; è quel resto scomodo e sintomatico con cui ciascuno forgia la propria singolarità; è ciò con cui si forgia l’opera d’arte; è ciò che, a volte, fa incontrare un uomo e una donna nella contingenza.

Ho tirato giù anch’io il mio francese perché, mentre a Vincennes si gridava alla rivoluzione, Lacan, a differenza di Sartre, ha saputo mettere in luce come gli studenti, alla stregua di quei tromboni dell’Università che loro volevano mandare all’aria “da fuori”, fossero, invece, “dentro”, dentro fino al collo, altro che fuori! Erano dentro al discorso, il discorso comune che vuole il senso, il discorso del padrone che vuole l’utile, il discorso universitario che detiene il Sapere e di cui loro stessi erano il resto, senza saperlo.

 

Ricordare Nanterre ha senso, dunque, se ci si smarca da Nanterre come simbolo della rivoluzione applicata al Valle e ne cogliamo, invece, il senso nuovo, diverso, che ci permette di fare oggi della precarietà uno strumento prezioso. Ma chi ci insegna tutto questo? Da psicoanalista, posso dire che il sapere dell’inconscio ci insegna molto, proprio perché, una volta messo in moto nel luogo adatto, ci conduce fino al limite della pulsione, che è sempre pulsione di morte, là dove non bastano numeri, calcoli, sapere e misure per rendere conto dell’impossibile, ma ci vuole l’invenzione per estrarne l’oro. Ce lo insegnano, però, e ancor prima di Freud, anche i poeti, i musicisti, i pittori, i ballerini, i teatranti, gli scrittori, gli architetti, tutti coloro da cui Lacan ha attinto per farne dei nuovi Virgilio che lo traghettassero sulle rive oscure della sofferenza e della follia umana, dove si trova l’oro. Con Shekespeare e Joyce, con Gide e Artaud, con Duras e Shin-tao, Lacan ha mantenuto vivo il solco aperto da Freud, quel solco che, scrivendovi ora, percorro con voi che state al Valle, un solco che si percorre con un solo mezzo: la precarietà, appunto, come traccia sulla pelle e sul corpo lasciata dalla prima bastonata del linguaggio che riceviamo nel momento della nostra venuta al mondo e ancor prima – perché di parole su di noi, prima di nascere, ne girano tante: farà il pompiere, farà la ballerina, no, sarà medico, si chiamerà Samanta o Riccardo, sarà rossa di capelli, no, nero corvino con gli occhi verdi, speriamo che non faccia l’attore!…-  quella prima bastonata che, uno per uno, marchiandoci, non ci fa mai simili all’altro, e ci inizia alla caccia della nostra propria lingua per tentare di scrivere l’inscrivibile.

 

Al discorso del padrone questo non interessa, perché è scomodo, inutile, troppo vicino al femminile, a ciò che è fuori misura fallica, a ciò che disturba e di cui, come ben vediamo ogni giorno, il padrone non sa che fare, se non contabilizzarlo, oggettizzarlo, pagarlo.

Precarietà, dunque, per mantenere una posizione tale da infilare sempre i bastoni tra le ruote del discorso del padrone, del discorso universale, e farsi responsabili del proprio disequilibrio, di ciò che non funziona, per seguitare a trasmettere l’oro dell’inutile, così utile per la libertà dell’essere umano.

Gli artisti come gli psicoanalisti, con Dostoievsky, dovrebbero lasciarsi prendere dal “due per due cinque è una cosa talvolta molto graziosa”.

 

Buon lavoro!

Céline Menghi

 

 

 

 

3 Responses to ELOGIO DELLA PRECARIETA’

  1. Mattia 10 luglio 2011 at 17:33 #

    Bellissimo articolo, scritto bene, con forza, vitalità, senza indugio o compiacimento. Condivido quello spirito sottopelle, quella fiamma che sfrigola come sotto la brace di un incendio. L’incendio di quella passione civile che dovremmo avere tutti, obbligatoriamente tutti come nostro corredo genetico. Un plauso all’autrice anonima dell’articolo. Mattia

    • céline menghi 11 luglio 2011 at 20:22 #

      si, mi dispiace, è una svista, quella delle iniziali, non sono anonima, spero si possa in qualche modo ovviare. il mio nome è
      Céline Menghi

  2. Maria Rita Conrado 16 luglio 2011 at 22:59 #

    Sicuramente l’articolo di Céline Menghi testimonia di un incendio, si tratta di un fuoco che la anima già da diversi anni ed è quello dell’etica. Céline è psicoanalista lacaniana a Roma, mia collega e amica e non è la prima volta che trovandomi di fronte ad un suo scritto sento il desiderio di ringraziarla perchè dalla sua lucida analisi emerge sempre lo slancio ad affrontare il reale amandolo perchè è il reale, senza idealizzazioni né offuscamenti depressivi. Grazie Céline

Rispondi a Mattia Click here to cancel reply.

css.php