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Rafael Spregelburd | “La chiamata dell’angelo”

Rafael Spregelburd

Perfil / Supplemento Culturale / Settimana 257 / 13-10-12

La chiamata dell’angelo 

Mi sento doppio agente a Roma. Da una parte mi presento a un festival ufficiale e dall’altra, quasi illegalmente, sequestro i miei attori per fare con loro un atto di presenza al Teatro Valle, occupato dagli artisti romani per evitarne la chiusura, dopo che il governo ha chiuso l’Ente Teatrale Italiano e ha lasciato il teatro in balia dei demolitori.

Il Valle Occupato è un esempio di riappropriazione cittadina dei beni culturali regalati al mercanteggio per l’incuria istituzionale. Dal Valle sono passati in quasi due anni di resistenza artisti e intellettuali fra i più importanti, e questo sostegno è vitale per mantenere alla larga la polizia: è insolito dover dimostrare che non c’è crimine nella gestione, nell’uso e nel beneficio di un bene culturale che lo Stato ha deciso di abbandonare. Lo slogan dell’occupazione, riprodotto in spillette, è una frase rubata a una mia opera che è stata in stagione all’Angelo Mai: “Com’è triste la prudenza!” . Io che l’ho scritta in un altro contesto (l’Argentina del 2001) senza nemmeno sapere bene cosa significasse, cerco di capirlo adesso, alla luce di questo paesaggio. Al Valle Occupato abbiamo discusso su quale potrebbe essere il futuro di questa riappropriazione civile. Dopo un po’ di tempo, con il teatro in funzione, pieno di incontri, conferenze, lezioni aperte di filosofia politica, prove, laboratori e spettacoli, esiste il pericolo di inviare allo Stato uno strano messaggio: “Chiudete altri teatri, che tanto la cittadinanza se ne farà carico gratuitamente”. Non ho la risposta. Non voglio contagiarli col modello argentino, dove tutto il teatro d’arte è marginale e l’accesso a una produzione remunerata difficilissimo.

Nel dubbio, lo Stato ha approfittato per chiudere questa settimana un altro teatro, proprio l’Angelo Mai. La scusa è ridicola: dato che questo teatro si autofinanziava, oltre che con lo sbigliettamento degli spettacoli, con feste e discoteca, pretendono che acquisti una licenza che costa più di 100.000 euro per vendere bevande e cibo, ipotizzando che l’attività dell’Angelo Mai sia una copertura per fare ricchi affari.

Quando governa l’ignoranza, la prudenza sì, è un po’ triste. Gli amici artisti italiani si preparino a difendere anche l’Angelo Mai. Noi ci saremo, col corpo e con lo spirito.

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